MILANO - Bobo Maroni va in visita pastorale prima a Brescia poi a Verona. Viaggi non programmati, ma niente di strano si affretta a precisare il ministro: «Abbiamo parlato soltanto di sicurezza». Sarà, ma non ci crede nessuno. A Brescia, domenica, il congresso provinciale leghista si è chiuso con una vittoria del suo candidato (Fabio Rolfi) opposto al candidato del clan che fa capo alla signora Bossi; Verona è la città del sindaco Flavio Tosi, bersaglio prediletto del bergamasco Calderoli e di chi nel Carroccio lavora senza sosta per oscurare la stella di Maroni. Solo coincidenze?
La tempesta che si sta abbattendo sul partito nordista non accenna a placarsi. E l'omaggio del ministro dell'Interno a due dei dirigenti che più si sono esposti nella battaglia intestina viene interpretato come un segnale di vicinanza e di incoraggiamento. Non è un mistero che Maroni sia spesso criticato dai suoi stessi sostenitori che gli imputano troppa arrendevolezza verso i nemici interni: «E' un generale che non difende i suoi uomini», sostengono. La visita a Rolfi e Tosi è un tentativo di smentire questa nomea. Ma non è detto che basti per ridare fiducia alle truppe.
In un colloquio a due avvenuto lunedì nella sede milanese di via Bellerio, Bossi e Maroni si sono limitati a parlare del caso Varese dove nel prossimo fine settimana è prevista l'elezione del nuovo segretario provinciale. Grande favorito fino a domenica scorsa era considerato Leonardo Tarantino, più che un amico di Maroni un grande nemico di Marco Reguzzoni. Poi è intervenuto Bossi in persona: prima, durante un inatteso comizio notturno a Buguggiate, ha messo il cappello sul candidato sponsorizzato proprio da Reguzzoni invitando a votarlo; poi ha chiesto a Maroni di fare in modo che altre candidature non venissero presentate. Il ministro ha chinato il capo, ma ciò non significa che la partita sia chiusa.
Molti militanti di Varese e dintorni, infatti, disobbedendo al diktat del grande capo e ai suggerimenti dello stesso Maroni, anche ieri hanno seguitato a raccogliere firme per presentare una candidatura alternativa a quella indicata dal Senatur. Se l'operazione dovesse andare in porto, si tratterebbe di un atto di insubordinazione senza precedenti nella storia della Lega dove le lotte intestine non sono mai mancate, ma dove gli ordini del padre fondatore non sono mai stati messi in discussione in modo così vistoso: «Noi non ce l'abbiamo con Bossi - spiegano gli insubordinati - ma con quelli che gli stanno attorno e gli soffiano nelle orecchie e hanno fatto del partito un giardino dove coltivare i loro interessi».
In questo infuocato campo di battaglia, c'è chi si dedica a incendiare le polveri pur stando apparentemente fuori dal conflitto intestino. Il bergamasco Calderoli lo fa quasi quotidianamente dispensando bacchettate a destra e a manca, minacciando sanzioni severe e perfino l'espulsione di chiunque si azzardi a dire qualcosa di non positivo nei confronti del governo, dell'alleanza con Berlusconi, della manovra economica, della legge elettorale. A lui si è aggiunto anche l'ex ministro della Giustizia Roberto Castelli, impegnatissimo a riconquistare un posto che conta nell'establishment leghista. Per non essere da meno rispetto al suo segretario, Castelli se l'è presa non Napolitano «che mi offende e mi fa paura».
Tutto va ricondotto al famoso «la Padania non esiste» pronunciato dal Capo dello Stato la scorsa settimana. Quasi un'ovvietà che invece alle orecchie di Castelli suona come una eresia, «un attacco alla mia libertà e un avvertimento» fatto da uno che «ha ancora in mente la repressione in Ungheria. Qualche anno fa Violante voleva mandarci i carri armati, anche Napolitano ha questa mentalità».