ROMA - Secondo una prassi informale le agenzie di rating comunicano ai governi degli Stati, con qualche ora di anticipo, il cambiamento del giudizio che emettono periodicamente sul debito pubblico e la situazione finanziaria del Paese stesso. Ieri mattina a Roma almeno una decina di persone erano informate sul downgrading di Moody's.
Appena arrivata in Italia la notizia, anche se ufficiosa, si è diffusa in poche ore negli uffici delle principali istituzioni del Paese, da queste è trapelata in Parlamento, dove anche nelle file dell'opposizione nel pomeriggio si sussurrava di una decisione che sarebbe arrivata in serata, a Borse chiuse, da New York.
«Tira una brutta aria, sembra di essere tornati al '94», diceva proprio nel pomeriggio il Cavaliere ad alcuni interlocutori che erano in visita a Palazzo Grazioli. Una brutta aria che nei ragionamenti del capo del governo non era immune dalle notizie che in serata sarebbero arrivate dagli Stati Uniti.
Legare il giudizio sul nostro debito pubblico ai movimenti in corso a Montecitorio può apparire un'opera di fantasia, ma per il premier i due argomenti erano accostati, vuoi per notizie riservate di cui è a conoscenza, vuoi per una sensazione permanente di assedio, più o meno giustificata. Di certo nell'attesa del declassamento di Moody's il Cavaliere vedeva formarsi davanti a sé ombre di complotto inedite e imminenti come non mai, legate a possibili gruppi di deputati pronti a tradirlo. E di nuovo sul banco degli imputati c'era Giulio Tremonti, accusato di non voler concedere nulla per il decreto sviluppo, di volerlo fare a costo zero, in modo inaccettabile per una parte cospicua della maggioranza.
Chiaro che la notizia a Palazzo Chigi ieri sera fosse commentata cercando di sminuirla: «Era attesa, era messa nel conto, non cambia nulla, per l'Italia parlano i numeri dell'avanzo primario di bilancio e quelli della manovra appena approvata», era il commento a caldo, pochi minuti prima che la notizia venisse resa pubblica dagli uffici dell'agenzia statunitense.
Poi, dopo la diffusione della nota di reazione da parte del governo, si rimarcavano in modo ufficioso almeno tre cose. Primo: il giudizio, come nel caso di Standard and Poor's, è ostentatamente anche politico, cosa che nel caso delle agenzie di rating non dovrebbe accadere. Secondo: esiste un'evidente distonia con i giudizi e le valutazioni delle principali autorità dell'Unione europea, che certamente non fanno analisi, anche tecniche, in modo superficiale. Terzo: non siamo comunque al livello dei Pigs, ovvero quel gruppo di Paesi, dal Portogallo all'Irlanda, che hanno valutazioni del debito inferiori alle nostre, che abbiamo comunque conservato la A, ovvero la prima classe di valutazione, nonostante il declassamento corposo ricevuto ieri sera.
Per articolare questa risposta, espressa in un comunicato molto sobrio e di poche righe, ieri sera Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, si è recato a Palazzo Grazioli, residenza romana del premier, dalla quale ieri lo stesso capo del governo non è mai uscito.