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Data: 07/10/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
Bossi: «Non arriviamo al 2013 riforma elettorale e poi si vota». Il Senatùr rilancia: l'Italia sta in piedi grazie alla Padania

MILANO - L'altro ieri il «governo era saldo» e destinato a durare; oggi invece il governo ha i mesi contati «perché è meglio votare prima del 2013». E domani? Domani chissà. Sempre più imprevedibile, e sempre più incerto, Umberto Bossi. Che esce dal conviviale incontro con Berlusconi e Tremonti dando l'impressione di essere pronto a diffondere ottimismo, poi però quando parla fendendo la calca di cronisti a Montecitorio smentisce le impressioni e anche sé stesso: «E' complicato andare a votare nel 2013, non puoi spennare la gente e poi chiedergli il voto. Meglio andare prima».
Prima quando? Beh, questo è tutto da capire visto che qualche ora più tardi specifica che nella prossima primavera - cioè in quello che per molti è l'unico periodo possibile - non si può fare: «Prima bisogna fare la legge elettorale». Anche questa è una sorpresa, anzi una sorpresona. Appena pochi giorni fa il suo fido scudiero bergamasco - Calderoli - aveva urlato che la legge elettorale è destinata a rimanere quella che è, o che tutt'al più si modificherà solo in caso di una (improbabile) riforma istituzionale.
Rimane da capire quanto vere e coerenti siano le «ultime uscite» del capo leghista ormai impegnatissimo a seminare confusione con i suoi tira e molla quotidiani. La scorsa settimana aveva fatto pubblicamente bacchettare il ministro Maroni che aveva avuto l'ardire di criticare l'attuale legge elettorale, poi era sceso in campo direttamente per scomunicare chi nel partito mugugna contro il governo caldeggiandone le dimissioni. Adesso l'ennesimo contrordine, a conferma delle incertezze che accompagnano sia lui che il suo movimento.
La sola cosa certa, nell'ennesima giornata a due velocità del Carroccio, è che Bossi è uscito poco soddisfatto dalla riunione in casa Berlusconi. Preoccupato per le tensioni fra il ministro dell'Economia e il premier al punto da stemperarle in pubblico («Roba da poco, si aggiusterà tutto») ma da enfatizzarle con i suoi («Se non si mettono d'accordo le cose precipitano per davvero»), e preoccupato anche dai malumori che la sua intaccabile fedeltà al Cavaliere sta alimentando nell'elettorato e nella militanza.
Malumori che potrebbero perfino crescere in vista della legge sulle intercettazioni. La base, già abbondantemente perplessa dai voti dei deputati leghisti a favore di Milanese e del ministro Romano, ha già lanciato segnali di fastidio per l'annunciato accodamento ai voleri del Cavaliere sulla cosiddetta legge bavaglio. Bossi però sa di non poter dire «no» al premier e prova a prevenire il dissenso: «Magari non si chiederà la fiducia, ma l'Italia deve tornare ad essere normale, il disegno di legge va portato avanti». Poi starà a lui convincere gli scettici.
Come dovrà convincere molti altri sull'utilità, o meno, del continuo stillicidio di polemiche e polemichette con il Capo dello Stato. Anche ieri è tornato sull'argomento della padania che, secondo il Colle, non esiste: «Invece è una nazione stimata in tutto il mondo. L'Italia sta in piedi proprio perché c'è la padania altrimenti cadrebbe». O forse è già caduta, visto che quando gli chiedono di Marchionne taglia corto: «Fa bene ad andarsene, ha capito che con Roma non si combina nulla». E pure questa rischia di far storcere il naso a molti dei suoi.
Lui tuttavia assicura: «Non ci sono fratture nella Lega». Ma un attimo dopo ammette di aver dovuto imbastire una trattativa con Maroni per sciogliere il caso Varese dove domenica si vota per il segretario provinciale del Carroccio. Il capo padano rischiava di veder soccombere il candidato spinto dalla moglie Manuela e da Marco Reguzzoni, e ha convinto Maroni a convergere su di lui. Il problema, del tutto inedito per il Carroccio, è che altri due pretendenti alla segreteria hanno ugualmente deciso di candidarsi, a dimostrazione che ormai anche i diktat dello padre fondatore non sono più insindacabili.

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