ATRI. Un fiume umano di un migliaio di persone si è mosso ieri mattina dalla piazza del municipio di Atri per raggiungere l'ospedale. Tra loro tantissimi giovani. Una protesta civile per proteggere il presidio ospedaliero San Liberatore che, come urlavano i manifestanti, «non è dei politici, ma dei cittadini». Alle note di "Viva l'Italia" di Francesco De Gregori e all'inno nazionale si sono mescolate le voci delle persone. In alcuni casi cori da stadio: «Per un futuro migliore giù le mani dal San Liberatore», «L'ospedale come il nostro non lo trovi in nessun posto».
Striscioni, saracinesche dei negozi del centro storico abbassate in segno di vicinanza, bandiere sventolanti. Segnali precisi da una cittadina che non vuole restare senza il suo ospedale. Una struttura che ha segnato la vita degli atriani. I cittadini sono nati lì, in quei reparti si sono curati e vogliono continuare a farlo. Una volta che il corteo ha raggiunto l'ospedale si sono alternate al microfono tre persone, che con le loro storie hanno testimoniato l'importanza del presidio.
Teresa Mattucci, psicoterapeuta, figlia di Emilio, il primo presidente del Consiglio regionale, ha parlato del legame affettivo che lega gli abitanti di Atri alla struttura. «Gli operatori qui lavorano come in una famiglia», ha detto, «noi dobbiamo evitare che il nostro patrimonio venga dilapidato, si può riorganizzare proteggendo il nostro territorio».
Commosso e sentito l'intervento di Annamaria Di Musciano dell'Unitalsi. «È un problema di aggettivi possessivi», ha urlato, «questo ospedale era il Nostro, ma sta diventando il Loro e non si capisce perché. Mia madre lavorava qui, io ho passato numerosi Capodanni qui dentro a mangiare i panettoni con lei. In quest'ospedale ho fatto nascere i miei due figli, è qui che hanno salvato la vita a mia madre e a mio padre, più volte. Non è un privilegio questo ospedale, ma una necessità. Il reparto di chirurgia maxillofacciale era il nostro fiore all'occhiello e può tornare a essere tale». A sottolineare le sue parole applausi sentiti e forti. I giovani hanno urlato: «Siamo con voi e non vi lasceremo mai».
A ringraziare tutti, o quasi, i presenti è stato Marco Di Ridolfo, sindacalista della Fials Teramo e operatore nell'ospedale. «Grazie ai giovani per essere qui, ai commercianti che hanno abbassato le serrande, ai volontari, grazie ai sindaci e agli amministratori ma non a quelli di Atri (in platea c'era il sindaco Astolfi, ndc) grazie a Luciano Monticelli sindaco di Pineto per essere stato in prima fila con noi oggi e vicino alla problematica da sempre, grazie ai consiglieri comunali di opposizione di Atri e Silvi. Il Tar e il Consiglio di Stato dovranno darci ragione, ora serve la buona politica, scelte corrette e non ingiuste. Di un ospedale a Giulianova nuovo cosa ce ne facciamo? Se prima abbiamo avanzato proposte, ora è tempo delle proteste».
Infine, una catena umana simbolica ha accerchiato il San Liberatore. Tutti uniti intorno all'intero perimetro della struttura, legati l'uno all'altro per le mani per proteggere ciò che non intendono perdere.