ROMA - E' ormai ufficialmente il condono fiscale il nuovo fronte di battaglia. Silvio Berlusconi e il Pdl da una parte, Giulio Tremonti e Umberto Bossi dall'altra. Uno scontro che va ben al di là della sanatoria in sé. In gioco c'è il ruolo e il peso del ministro dell'Economia. Non solo per la scrittura del decreto-sviluppo, ormai affidata dal premier ai ministri Paolo Romani, Altero Matteoli e Renato Brunetta. Ma anche, e soprattutto, per il varo della delega fiscale che il Cavaliere ha rivelato a più di un interlocutore di voler «approvare il prima possibile». Altro segnale nella direzione del tentativo di ridimensionare l'inquilino di Via XX Settembre, cui ufficialmente spetta la regìa della riforma fiscale.
Questa ragione - oltre alla disperata ricerca di risorse - spinge il Pdl a invocare il condono tombale, anche se è ormai evidente a tutti che gli eventuali incassi non potrebbero andare a finanziare le misure per lo sviluppo: l'Unione europea impone che le una tantum debbano andare alla riduzione del debito. L'alibi e l'occasione della sanatoria verrebbe, appunto, dall'attuazione della delega fiscale. Come avvenne nel 2003. «I condoni», spiega un ministro, «si fanno quando cambiano i regimi fiscali, cui di norma segue un azzeramento dei contenziosi pregressi. E nel nostro caso la sanatoria servirebbe anche a finanziare la rivoluzione delle aliquote Irpef».
Insomma, sì al condono in occasione di quella che il Pdl, con il capogruppo Maurizio Gasparri, chiama «operazione storica». Una linea sposata da Ignazio La Russa, da Fabrizio Cicchitto e da numerosi peones del Pdl. «Ha ragione chi dice che il condono può dare un segnale contrario alla lotta all'evasione», osserva il responsabile della Difesa, «ma qui la casa brucia e senza preconcetti bisogna individuare la medicina che ha meno controindicazioni. Il condono non va considerato un diavolo». Possibilista il sindaco di Roma, Gianni Alemanno: «Una sanatoria pura e semplice sarebbe certamente negativa, ma forme diverse vanno studiate».
Il fermento in casa Pdl va a sbattere contro il non possumus di Tremonti. Il ministro ha ripetuto il suo no sabato al giornale dei vescovi, Avvenire: «Il condono frena la lotta all'evasione fiscale e, facendo venire a mancare entrate, finirebbe per creare più deficit». E ora, in soccorso del ministro, arriva Bossi: «Non ho capito perché bisogna farlo».
Non è detto però che Tremonti alla fine, proprio in occasione dell'attuazione della delega fiscale, non possa concedere qualcosa sul fronte della sanatoria. Del resto il problema di reperire le risorse, dopo che l'aumento dell'Iva è già stato utilizzato nella manovra economica d'agosto, è anche suo.
Certo, rimane nel cassetto la questione della riforma della previdenza: azzerare già dal 2012 le pensioni di anzianità permetterebbe risparmi per 5 miliardi l'anno. Soldi utilissimi sia per la riforma fiscale, sia per lo sviluppo. Ma con Bossi contrario, per Tremonti tentare di mettere mano alle pensioni vorrebbe dire stracciare la sua assicurazione sulla vita, già molto precaria nonostante la passeggiata a braccetto di Berlusconi nel Transatlantico della Camera. Da qui a giovedì, infatti, si farà sempre più serrato l'assedio degli altri ministri. Obiettivo: allontanare dal proprio dicastero i tagli (il totale è di 6 miliardi) da inserire nella legge di stabilità.