ROMA - «Intrattengo con Claudio Scajola un'amicizia quasi ventennale e in tutti questi anni non ci sono mai state con lui trattative su alcunché». La nota di palazzo Grazioli arriva in serata ed è firmata da Silvio Berlusconi. Ultimo segnale di una giornata difficile. Trattative condotte sul filo di lana hanno messo a dura prova i nervi di tutti nel Pdl, a partire da quelli di Denis Verdini, il mago dei numeri.
Nelle dichiarazioni pubbliche della mattinata, sia del premier che di Verdini, l'ottimismo era granitico: «Certo che avremo la fiducia», sorride il primo. «Abbiamo tra i 316 e i 320 voti», garantisce l'altro. Nel primo pomeriggio, però, più il Transatlantico si svuota e più i dubbi salgono e assalgono il Pdl. Scajola riunisce i suoi per l'ennesima volta, dopo l'altra sera. Lui garantisce: non farò il traditore. «E' necessario che Berlusconi sia artefice di una grande svolta, come nel '94, altrimenti il Paese non si salva» annuncia però dal sito della sua Fondazione, la Cristoforo Colombo. Parole che suonano come pietre, almeno per un Pdl che per Scajola «non è mai nato davvero». Il guaio è che i suoi, gli scajoliani, appunto, scalpitano: i mugugni salgono, l'indignazione cresce, i dubbi pure. Il vero forcing, promette loro Claudio, partirà dal dl sviluppo e lì giù siluri al ministro dell'Economia. Ai suoi non basta: a metà pomeriggio sarebbero in sei pronti a non presentarsi, o ad astenersi, sulla mozione di fiducia: Antonione, Abrignani, Testoni, Russo, Destro e Gava. Troppi, decisamente. I contatti con Casini da una parte e Verdini dall'altra s'infittiscono e la strategia sembra quella di alcune assenze mirate degli scajoliani. Giusto per mandare ora un segnale, e più avanti l'affondo.
Si parte da quota 321, per la maggioranza: 218 deputati Pdl, 59 Lega Nord, 29 gli ex Responsabili di Popolo e Territorio, 3 repubblicani-azionisti (Nucara, Misiti, Pepe) e altri 12 a vario titolo nel Misto, così suddivisi: tre ex-An e poi usciti anche da Fli: Barbareschi, Urso e Ronchi, 7 di Forza Sud, più un ex-Pdl, Pittelli. Solo che bisogna sottrarre Alfonso Papa (carcere), Pietro Franzoso (in ospedale per grave incidente). Fa 319, il massimo auspicabile. Filippo Ascierto, però, è stato operato alla gamba, forse non arriva. Anche Americo Porfidia non sta bene. Così, si scende a 317, 318 se arriva Ascierto (coll'elicottero, pare), ma pure Stefano Stefani (Lega) ha la febbre alta. Morale: se mancassero, alla prima chiama, in 4 o 5 vorrebbe dire tracollare sotto quota 316 e scendere fino a 314. E allora addio maggioranza numerica (315) e relativi sogni di gloria. Anzi, vorrebbe dire mandare una cartolina a Napolitano con sopra scritto: la maggioranza non c'è più. Verdini si mette in moto, cerca di convincere persino Santo Versace, ormai irremovibile nella sua decisione di non votare la fiducia. Si diffonde la notizia che anche Luciano Sardelli, ex capogruppo dei Responsabili, è in forse con un paio dei suoi. Sardelli, alla terza telefonata, si spazientisce: «Basta, io voto (la fiducia), ora faccio un comunicato». Che, peraltro, non arriva. Stracquadanio chiama Scajola: sta bevendo un caffè al bar Ciampini, piazza San Lorenzo in Lucina. L'inventore del Predellino vi si catapulta assieme alla sua collega, Isabella Bertolini. Sospiro di sollievo. Claudio «non tradirà, i suoi neanche». Del resto, li conosce tutti, uno a uno: «Gava e la Destro - spiega - in realtà stanno con Galan, il ministro, veneto come loro». Sarà, ma sono anche i più renitenti alla leva della fiducia. Antonione, Abrignani, Testoni, Cicu, Russo, che di Scajola sono fedelissimi, rientrano tutti.
Poi c'è l'opposizione, che però, in ogni caso (tra assenze, missioni malattie) non supererà in ogni caso quota 301-302. Il problema, dunque è tutto nella maggioranza: sotto quota 314 diventa il guaio.