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Pescara, 14/04/2026
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Data: 14/10/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
Aula semivuota, dodici sbadigli di Bossi. I big delle opposizioni davanti alla tv. Maroni e Calderoli sui banchi dell'Idv, D'Alema e Bindi si godono insieme lo show

Una legislatura che poi magari si interrompe. Quando i deputati della maggioranza s'accorgono delle ripetute ed esibite smorfie di sonno del Senatùr, a cui non bastano per ridestarlo le carezze sulla testa da parte del premier, vengono presi da un brivido di paura e un sussurro li accomuna: «Qui si va a votare, ma a me chi mi candida?». Quando Berlusconi chiede loro la fiducia, non danno proprio l'impressione di volergliela negare, ma che cosa avranno in cambio? Questo il domandone che li angoscia, dentro l'emiciclo aventinianamente semi-svuotato da parte degli avversari, e che presenta qualche vuoto di troppo anche sui banchi della maggioranza.
Nei posti lasciati vuoti dai deputati dell'opposizione, si piazzano, proprio sulle poltroncine dei dipietristi forse perché fa più effetto, quattro ministri: Maroni, Calderoli, Galan e Nitto Palma. Occupazione del territorio disertato dagli avversari. «Caspita quanto sono comode le poltroncine italo-valoriali!», esclama Calderoli. Intanto un centrista, Roberto Rao, per evitare che al suo banco si poggino terga nemiche, ha un'idea: «Ora metto un cartello con su scritto: posto occupato». Il premier parla e Alfano, in piedi accanto a Cicchitto, fra i plaudenti è il più plaudente. Guida, sorridendo, i battimani, mentre Scajola è meno generoso nelle manifestazioni d'entusiasmo. Lo sbadiglio di Bossi più ampio e più lungo è quello che accompagna la frase di Silvio sugli «sfascisti» che non vinceranno mai, e dura così tanto questa smorfia del Senatùr-Morfeo che la mano piazzata educatamente davanti alla bocca finisce quasi per venire ingoiata dalle fauci spalancate del leader padano. «Olè!», è intanto il commento, ad ogni sbadiglio bossiano, che risuona nella stanza del capogruppo democrat, Franceschini, dove sono riuniti Bersani, Bindi, D'Alema e altri aventiniani per godersi - si fa per dire - lo spettacolo di giornata. Oppure, agli sbadigli di Bossi, si danno i numeri: «Questo è il quinto!», «Siamo al numero nove!», «Questo vale doppio!», «Perchè non gli portano un caffè?». D'Alema e la pasionaria Bindi nel marzo scorso avevano battibeccato in tema di Aventino («Che faccio, mi tolgo gli occhiali e la meno?», fu la frase scherzosa attribuita al comandante Max, cui non piacciono gli abbandoni dell'aula ma stavolta concorda) e adesso condividono la medesima esperienza. Seguono sul piccolo schermo la performance di Berlusconi, motteggiando insieme agli altri sulla reiterazione delle promesse del premier: «Ha annunciato la riforma del fisco. Ma non l'aveva già fatta?», «Attenzione, ha promesso la riforma della giustizia. Mi sembra di averne già sentito parlare qualche altra volta, o forse mi sbaglio?».
Intanto Berlusconi, tranquillo, a tratti sorridente al contrario di Gianni Letta o di Tremonti con cui non scambia neppure un vago cenno di saluto, si gode in aula il sogno dell'unanimità che ha sempre rincorso e ora raggiunto. Anche se la situazione dell'aula semi-vuota - «Che brutta pagina», la definisce il ministro Anna Maria Bernini, mentre Ignazio La Russa: «Ma non lo sanno che l'Aventino porta sfiga?» - risulta surreale pure ai suoi occhi. Una volta sola sta per girarli verso i banchi dell'opposizione, come se fossero animati, poi il premier si ricorda che lì non c'è nessuno e riporta lo sguardo fra i suoi. Per rassicurare se stesso, per rassicurare - senza riuscirci tanto - loro. Qualcuno è contento: «In aula senza l'opposizione si sta benissimo», esulta Mario Pepe. Qualcun altro s'annoia: «Uffa, è come fare la guerra da soli, ci sentiamo come i bimbi che lanciano le freccette nel vuoto», osserva la berlusconiana Iole Santelli. Meno elegante il super-cattolicissimo Renato Farina: «Fuori gli indignados, dentro gli arrapados». Fra gli indignados, ma neanche tanto perché prende tutto con filosofia, c'è Rocco Buttiglione che segue lo show berlusconiano dal suo studio di vicepresidente della Camera: «Noi non stiamo facendo l'Aventino, stiamo facendo l'Ave Maria. Preghiamo perché il Signore faccia dimettere il Cavaliere». Il quale, a metà discorso, inciampa in un lapsus molto freudiano: avrebbe dovuto dire che intorno alla bocciatura del rendiconto dello Stato s'è accesa una disputa tecnico-giuridica, e invece la definisce «tecnico-giudiziaria». In aula Scilipoti inneggia alla grandezza del super-leader, nel suo studio il dipietrista Donadi recensisce lo spettacolo televisivo: «Sembra un dittatore sudamericano, assediato nel suo bunker, che dà ordini a un esercito in rotta e a generali pronti alla resa». O pronti, come minimo, a quel pisolino che a fine mattinata, fermandosi allo sbadiglio numero dodici e non sconfinando nel tredici, l'Umberto Bossi s'è potuto finalmente concedere.

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