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Data: 14/10/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
«Troppe tasse sul lavoro valutare il ritorno dell'Ici» Bankitalia: il peso delle imposte supera di tre punti la media Ue

ROMA «Una riflessione sull'opportunità di reintrodurre l'abitazione principale fra gli immobili soggetti a imposta, in particolare all'Ici». La richiesta viene dalla Banca d'Italia, durante una delle audizioni in commissione Finanze del Senato dedicate al progetto di riforma fiscale presentato dal governo. I due rappresentanti di Via Nazionale, Daniele Franco (capo della ricerca economica) e Vieri Ceriani (responsabile per le questioni tributarie) hanno passato in rassegna tutti i temi posti dal riassetto del sistema tributario e di quello assistenziale, partendo dalla constatazione che nel nostro Paese «la pressione fiscale è elevata e crescerà ulteriormente nei prossimi anni. Infatti dopo l'incremento del biennio 2006-2007, che l'ha portato intorno al 43 per cento, l'incidenza sul Pil di imposte e contributi salirebbe ancora di 2,3 punti tra 2010 e 2013 per effetto delle manovre estive.
Ma nel confronto internazionale già nel 2010 la pressione fiscale italiana è risultata superiore di quasi tre punti a quella media dell'area euro, e di 5,5 rispetto al Regno Unito; il divario con gli altri Paesi è in crescita dal 2006. La tassazione pesa soprattutto sul lavoro, sia per quel che riguarda l'Irpef pagata dalle persone fisiche, sia per l'Ires e l'Irap versate dalle imprese, con aliquote largamente superiori a quelle applicate all'estero. Risulta più pesante anche il cuneo fiscale che riduce il reddito netto del lavoratore, rispetto al costo del lavoro sostenuto dall'impresa.
Nel merito del progetto di riforma, che riguarda sia il fisco sia l'assistenza, Bankitalia raccomanda particolare attenzione nell'applicazione della clausola di salvaguardia introdotta proprio quest'estate, che prevede il taglio automatico delle agevolazioni fiscali (tax expenditures) nel caso in cui la riforma stessa, attraverso la razionalizzazione delle prestazioni assistenziali, non produca gli effetti finanziari necessari a raggiungere il pareggio di bilancio.
Secondo i due dirigenti di Via Nazionale sarebbe preferibile un intervento selettivo sulle agevolazioni che tenga conto anche degli effetti redistributivi: una riduzione generalizzata infatti penalizzerebbe soprattutto le classi di reddito più basse. Ma anche la non riforma del fisco ha effetti tutt'altro che trascurabili su chi guadagna poco e ha carichi familiari: infatti a causa del drenaggio fiscale, cioè il maggior prelievo determinato dal solo fatto che i redditi si adeguano all'inflazione, i contribuenti italiani hanno pagato tra 2008 e 2010 sei miliardi di Irpef in più, a cui se ne aggiungeranno altri tre quest'anno.
Quanto agli immobili, la Banca d'Italia suggerisce di aggiornare i dati catastali per avvicinare i valori fiscali (notevolmente più bassi) a quelli di mercato e di alleggerire il prelievo sui trasferimenti a titolo oneroso. In questo conteso rientra l'indicazione di valutare la reintroduzione dell'Ici sull'abitazione principale. L'esenzione introdotta nel 2008 infatti «costituisce, nel confronto internazionale, un'anomalia del nostro ordinamento tributario» ed inoltre «determina una sperequazione ai danni delle famiglie che vivono in abitazioni locate», con l'effetto ulteriore di ostacolare «la mobilità dei lavoratori e l'uscita dal nucleo familiare». C'è anche una contraddizione con la logica del federalismo, perché viene meno «la possibilità per il contribuente di commisurare l'onere fiscale al beneficio ricevuto in termini di servizi».
L'idea di reintrodurre l'Ici trova il sostegno dell'Anci, come ha ricordato ieri il neopresidente Graziano Delrio: a suo tempo i Comuni non videro con favore la decisione del governo, compensata con un incremento dei trasferimenti verso gli enti locali.
Sulla riforma fiscale ieri è stata ascoltata al Senato anche Rete Imprese Italia, con il suo presidente Ivan Malavasi. Le imprese dei servizi e dell'artigianato lamentano la crescita dell'incidenza di imposte e contributi, che soprattutto per le aziende medie e piccole ha raggiunto «soglie di non sopportabilità». Tanto più se si considera che la pressione fiscale reale, ottenuta tenendo conto della quota di prodotto interno lordo in nero, quella insomma a carico degli onesti, arriva al 52 per cento. Livelli del genere secondo Rete Imprese mettono a rischio la tenuta del sistema e la stessa occupazione.


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