«Ora sarò sempre in Parlamento». Bossi: urne quando dico io
ROMA - Si accende il tabellone: quota 316 è conquistata. Una nuova fiducia, la numero 53, che mette in sicurezza il governo. «Abbiamo sventato l'agguato, le opposizioni hanno fatto una figuraccia, vecchi trucchi da bieco parlamentarismo», Silvio Berlusconi può tirare un sospiro di sollievo. E promette: «Mi trasferirò in aula, come sede principale del mio lavoro». Il dubbio che non potesse farcela è stato sciolto solo al fotofinish. Ora anche Umberto Bossi è soddisfatto. «Sì, mi sembra di sì», risponde ai cronisti. Ma il Senatùr chiarisce che sarà lui a decretare il distacco della spina: «Al voto quando decido io», titola oggi la Padania.
Le assenze dell'ultima ora (Versace, gli scajoliani Destro e Gava, il responsabile Sardelli) e la strategia dell'opposizione, puntata sul numero legale, hanno messo a dura prova i nervi della maggioranza e del premier. Soltanto un'ora prima, quando la mossa dei deputati del centrosinistra di non contribuire al raggiungimento del numero legale sembrava azzeccata, l'ottimismo del Cavaliere era quasi sparito. «Non lo so, non lo so» ripeteva ai giornalisti che gli chiedevano se poteva raggiungere la maggioranza assoluta. Ma nutriva la speranza di battere la sinistra che «ha inscenato questa farsa». A quell'ora dava ancora Luciano Sardelli in squadra. «C'è, c'è» ripeteva. Mostrandosi sicuro che non lo avrebbe abbandonato. «Voterà la fiducia». Poi non l'ha fatto. E il premier, a quel punto, ha commentato: «Certo, è stata una sorpresa negativa, ognuno decide come crede».
In una manciata di ore, a Montecitorio, la maggioranza ha ballato sull'ottovolante. Anche se il fronte antiberlusconiano non è riuscito a fare la differenza, il Cavaliere ha masticato amaro. Poi, a fine seduta, è uscito dalla psicodramma rilanciando. E' pronto a giocare una nuova partita, annuncia, puntando dalla prossima settimana al decreto sviluppo. Spiega anche che con la «finanziaria, abbiamo di fronte tagli dolorosi per i ministeri. Tagli di cui discuteremo, perché ciascuno cercherà di ridurre i suoi». E riconosce che questa nuova fiducia va utilizzata al meglio: il governo ha dimostrato di essere l'unica alternativa a una sinistra che pensa solo a remare contro. «Siamo a quota 316 perché da 318 che eravamo, con due dei nostri impediti a venire, siamo a 316». Con i fedelissimi si è sfogato: anche se in tanti cantavano vittoria, prima di buttarmi giù devono passare su di me. Ci proveranno ancora, a farmi fuori, con la sponda dei soliti pm. Finché ho i numeri in Parlamento andrò avanti. Il Paese non può permettersi salti nel buio. E ha ripetuto che la prospettiva del 2013, come conclusione naturale della legislatura, è l'unica percorribile.
Quando è andato alla buvette, dopo la prima chiama, e ha chiesto un succo d'arancia, non ha pagato: «Posso considerarlo un omaggio della vostra azienda?». Non si è accorto che Giulio Tremonti assisteva alle domande nascondendosi nel capanello dei giornalisti. Alla fine, lo ha rimbrottato: «Ma dov'eri? Mi domandavano cose su di te». Risposta del ministro: «Passavo qui per caso e ho visto un bel po' di gente». Punta al decreto sullo sviluppo come rilancio per l'economia. Ma sulla possibilità che sia a costo zero, come vorrebbe Tremonti, Berlusconi ha spiegato: il ministro «è naturalmente preoccupato, come è suo dovere, del Bilancio dello Stato, per tenere i conti in ordine». Sul prossimo governatore di Bankitalia, si deciderà entro il primo novembre: «c'è tempo» e «ci sono tante possibilità» di nomi. Timori che il capo dello Stato possa sollevare problemi sulla maggioranza risicata? «No, no, l'importante è vincere sulla sinistra».