I numeri sono ballerini, il pallottoliere è impazzito, e alla buvette parte la proposta di Maurizio Grassano, ex tutto e neo-folgorato sulla via di Arcore: «Andiamo a Poggioreale, liberiamo Papa e portiamolo a votare quaggiù». Oddio, non si può, però qualcosa va fatta. «Perché la linea del Piave sta arretrando sempre di più, i numeri decrescono e forse non ci salveremo», prevede il bollettino di guerra del ministro Rotondi. Ma che cosa fare? Emissari del Pd, che ora ride e dopo si leccherà le ferite, provano a offrire un governo Gianni Letta, ma suvvia. Mezzo Pdl sta invece attaccato al telefonino e comincia, dal cortile di Montecitorio, a bersagliare di chiamate Giustina Destro, rinchiusa a Padova, città di cui è stata sindaco. Ha detto che non viene a votare e che i berlusconiani non la riavranno mai, ma chissà se è recuperabile. «Neanche se m'arriva un grande bouquet di fiori torno indietro», fa sapere. E se Berlusconi le manda un supplì?
L'avvocato Ghedini ne ha comprati quindici, alla buvette, e li porta al premier, per tirarlo un po' su di morale prima della liberazione finale. Che li abbia mangiati tutti lui è impossibile, e quindi? I supplì serviranno a conquistare Fabio Gava, che il Cavaliere ha cercato di lusingare in tutti i modi in queste ore ma ancora non aveva pensato a prenderlo per il palato? Il problema è che, dopo una fulminea apparizione in Transatlantico alle otto di mattina, il deputato veneto è desaparecido. Lo rincorrono telefonicamente finché Melania Rizzoli, esausta per la caccia grossa ma vana, dice stop: «Quello è perso, concentriamoci su altri». Silvio è molto concentrato su Luciano Sardelli. Non gli offre i supplì dell'operazione recupero, ma cerca di addolcirlo così, durante un lungo colloquio nella stanza del premier a Montecitorio: «Guarda, Luciano, queste sono le foto dei miei nipotini, quanto sono teneri.... Perché dare un dispiacere al loro nonnino?».
Né i supplì né le foto si rivelano buone armi di persuasione di massa, anzi ad personas. Qualcosa di più sostanzioso deve aver convinto allora il Pisacane, non l'eroe risorgimentale ma quello che fu eletto con l'Udc, poi è diventato Responsabile e ieri veniva dato per dubbioso e malpancista. Alla prima chiamata di voto non si presenta - e tutti a tremare - ma poi, eccolo il salvatore: «Sì» (alla fiducia) è il suo grido, sommerso dagli applausi dell'intero centrodestra. Poco più tardi lo si vede aggirarsi intorno a palazzo Chigi: lo aspetta, prima o poi, un abito da sottosegretario? E' uno degli eroi della giornata il Pisacane, che di nome fa Michele, però quanto ha fatto soffrire il premier e tutti gli altri suoi amici. Soffrire? «Ma io ho da sempre l'abitudine di votare alla seconda chiama», minimizza e insieme maramaldeggia. Dall'alto della sua forza elettorale in Campania: «Ho 18.824 voti e con questi ho fatto eleggere mia moglie consigliere regionale».
Dalla stanza di Berlusconi continua a uscire profumo di supplì. Ora entra Santo Versace e capitolerà sulla palla di riso, prevede qualche ottimista azzurro. Invece, no. E' in cortile che va in scena il corteggiamento («Davvero asfissiante, ma in fondo piacevole», lo definisce lui) nei confronti del deputato calabrese che ha deciso di votare contro l'esecutivo. «Io t'ho sempre ammirato», gli dice il suo amico Nitto Palma, ministro della Giustizia, «e quando giravamo insieme in campagna elettorale, e ho visto quanto eri elegante con i tuoi jeans neri, ho provato anche io a cambiare look. Ma tu sei inarrivabile». I due si vogliono bene sul serio, ma niente: Santo non cede. Ci prova invano Renato Farina. Poi il leghista Reguzzoni, ma l'Aspromonte non si fa annettere dalla Padania. Calogero Mannino potrebbe dare una mano alla maggioranza, ma se ne sta a Pantelleria a fare il vino e se ne infischia. Non come Fabio Gava il quale, dopo aver voltato le spalle al Pdl, raggiunto in serata ammette: «Spero però che la legislatura vada avanti, così prendo la pensione». Un ex An, Ascierto, s'è appena operato a una gamba e poteva non votare, invece eccolo: entra nell'emiciclo aiutato dalle stampelle. «Faccio il mio dovere», proclama. Ovazione. A un infermo recuperato rischia di fare da contraltare uno sano che viene meno. Un cronista apre di botto una porta del Palazzo, dietro di quella c'è il ministro Romano che sta uscendo e quasi la prende in faccia. Se Romano fosse svenuto sotto il colpo, la maggioranza avrebbe perso un altro voto e magari anche se stessa. Forse le brutte sorprese arriveranno la prossima volta, ma intanto si festeggia. Magari con gli avanzi dei supplì.