E dopo aver fatto tutto questo, si son scelti il campo di battaglia, la battaglia finale: piazza San Giovanni, che avrebbe dovuto essere la piazza d'arrivo del corteo degli indignados italiani, e che invece s'è trasformata in un campo di guerra. Loro da una parte -li chiamano Black Bloc-, vigliacchi e violenti anche nell'attaccare a sorpresa da una collinetta sul finire di via Emanuele Filiberto, e le forze dell'ordine dall'altra, duecento uomini in tutto, addestrati ed equipaggiatissimi, ma sempre in grande sofferenza numerica.
E' stato un balletto infernale di attacchi e di ritirate, di feriti, di provocazioni, di maschere antigas spuntate fuori da una parte e dall'altra -perché anche cosi si programma lo sfregio di una città-, iniziato alle 16.38, con il sole in faccia, e terminato poco prima delle 19, con le luci della sera, con l'ultima carica della Polizia, quella decisiva, salutata da un lungo applauso della gente. Sgomberata San Giovanni, la guerra è proseguita prima per via Matteo Boiardo e poi su via Merulana. Ancora sassaiola, ancora incendi, e loro, questo mostruoso manipolo di criminali militarizzati, a incendiare ancora, a distruggere. Fino a piazza Vittorio e poi sempre più sparuti, verso la Stazione Termini.
Il bilancio di questo pomeriggio di «inaccettabile violenza», come ha detto il ministro dell'Interno Maroni, per forza di cose è ancora parziale: 45 feriti tra i manifestanti, all'Ospedale San Giovanni, al Policlinico Umberto I e al Fatebenefratelli, almeno venticinque gli agenti che hanno dovuto far ricorso alle cure dei medici, due con una gamba fratturata e uno colpito da infarto. Venti i fermati, dodici in stato di arresto.
Un risultato l'hanno ottenuto: alla fine di questa amara giornata degli indignados nessuno parla quasi più, dei precari, della global revolution, del diritto all'insolvenza, di tutte le parole d'ordine fatte pacificamente circolare nei tranquilli giorni della vigilia, a nessuno sembra interessare più di tanto. Erano in duecentomila, dicono gli organizzatori (anche se le stime della Questura di Roma parlano di 70-80 mila partecipanti) e comunque erano tantissimi, al punto che quando la testa del corteo ha raggiunto San Giovanni, la coda doveva ancora muoversi da Piazza della Repubblica.
Avrebbe dovuto essere una gigantesca kermesse di protesta, con le ragazze in mutande perché sostengono che così le abbia lasciate Tremonti, con i tamburi argentini, con la birra venduta dai camion, con le mamme e i bambini, e gli slogan uno più originale dell'altro. E invece s'è trasformata in un incubo.
Intorno alle due e mezza, all'altezza della stazione della metro di via Cavour, poco dopo la testa, un gruppetto tutto in nero, neanche cento ragazzi, con i cappucci delle felpe già in testa e i volti coperti, ha deciso di infilarsi anche i caschi. Tutti insieme, perché quello era il segnale, si sono platealmente sfilati dal corteo per piazzarsi di poco sulla destra.
Avevano già bruciato una bandiera italiana all'altezza dell'Hotel Pacifico, ma era stato solo un assaggio. Davanti alla stazione della metro hanno preso a sprangate le vetrine del supermercato Elite, incendiato una mercedes e sdradicato i primi due segnali stradali, come per dire: ecco, ci siamo e vi diciamo chi siamo.
Si sarebbe capito dopo che quello era solo l'avamposto dei violenti, che gruppi simili a quello, tutti in nero, tutti con le felpe e con le bombe carta, e con spranghe e giganteschi martelli di gomma dura, avevano sostanzialmente infettato il corteo, piazzandosi a intervalli regolari, per garantire sempre un effetto sorpresa e per riunirsi poi, come sarebbe avvenuto, in piazza San Giovanni, per la battaglia finale.
Hanno lasciato scritte ovunque, forse per dichiararsi forse per depistare. Diversi simboli anarchici e anche delle scritte da stadio, tipo Acab, che in inglese è l'acronimo di All cops are bastard, tutti i poliziotti sono bastardi. Ci stanno lavorando gli esperti del Viminale. Di sicuro, in quello che è avvenuto c'è il segno dei centri sociali italiani più violenti, napoletani e veneti, tanto per dire di quelli che si son più notati.
Il Colosseo è passato con poche scosse (occupazione simbolica dei Fori come era già avvenuto per la Basilica di Massenzio), è stato in via Labicana che è cominciato davvero il peggio. In rapida successione, attacco a una caserma della Difesa -con tanto di bengala a sfondare una finestra e a incendiare l'interno, il tetto è crollato-, a un palazzo della Guardia di Finanza, a un'agenzia di lavoro interinale, a una filiale di banca, la Banca popolare del Lazio. Poi hanno tentato di sfondare la chiesa di San Marcellino e Pietro, ma non ci sono riusciti: si sono sfogati distruggendo arredi sacri nella casa parrocchiale, mandando in frantumi una statuetta della Madonna di Lourdes.
Mentre nel centro blindato continuava a non passare uno spillo -il piano ha funzionato, fino all'ultimo vicolo- il primo reparto di celerini si piazzava all'altezza dell'incrocio con via Merulana. Ma i cento di via Cavour, nel frattempo s'erano moltiplicati. Un passaparola forsennato, con i caporioni a dare istruzioni per telefonino, li aveva fatti riunire e diventare duemila, duemilacinquecento, tutti fisicamente e tatticamente preparati allo scontro, tutti decisi a giocarsi la partita nello spazio aperto di piazza San Giovanni, dove sarebbe stato più facile attaccare e rinculare, offendere e indietreggiare.
Sono stati affrontati prima con idranti e caroselli di autoblindo, ma non cedevano. Allora sono iniziate le cariche, almeno una decina, e neppure cedevano, anzi si avventuravano all'inizio dell'Appia a sfasciare ancora vetrine. La battaglia è stata combattuta metro su metro, nell'aria invasa dai lacrimogeni, e per fortuna non è accaduto il peggio, la regia dell'ordine pubblico è sembrata sempre sorretta da una grande freddezza.
Alla fine hanno dovuto cedere, sono stati ricacciati nella parte alta della piazza e da lì nelle viuzze laterali. E sembra frutto di un piano anche la ritirata, un piano di violenza cieca che ha colpito ancora.