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Pescara, 14/04/2026
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Data: 16/10/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
«Vergogna, vergogna» grida la folla applausi alle cariche della polizia. Il corteo si è ribellato ai violenti: lanci di bottiglie, scontri e insulti

La rabbia disarmata contro la violenza programmata, gli indignati pacifici contro i guerriglieri e viceversa. E gli applausi per le cariche della polizia, «vergogna, vergogna» grida la folla bloccata nella piazza mentre i «neri» lanciano sampietrini e incita le forze dell'ordine a disperderli. Scene mai viste: chi sorregge cartelli e sfila per esprimere l'indignazione di un lavoro precario, di un futuro che non c'è, di una crisi che rende incerto il domani si coalizza con quelli che indossano la divisa, li aiuta, fa il tifo per i blindati. E lottano come possono, i manifestanti, per fermare quei violenti dal volto coperto che li privano del diritto di farsi sentire, che gli tolgono la strada e ne fanno teatro di guerra. Ma i duri reagiscono e caricano chiunque tenti di bloccarli. C'è chi lascia il corteo spezzato in lacrime, «è stata una sconfitta».
Un gruppo di incappucciati si piazza davanti a uno striscione giallo a metà di via Cavour, rallenta il corteo. Chi è dietro spinge, cerca di strappare i bastoni dalle mani, insulta, ha già intuito che si sta preparando un'azione. Si arriva quasi allo scontro tra i due gruppi. Alcuni sostenitori di Legambiente escono dal corteo e provano a creare un cordone intorno ai black bloc. Non ce la fanno, «quelli con il passamontagna hanno caricato i ragazzi di Sel», raccontano alcuni testimoni e mostrano le immagini sul cellulare. Poco dopo i «neri» si allontanano coperti dal fumo di due auto in fiamme e inseguiti dall'urlo della folla «via, via, scemi». La gente grida sempre più forte, «bastardi, fuori dal corteo», cresce la rabbia e la paura. Un militante dei Cobas che cerca di far allontanare la folla dalle fiamme è colpito in testa da una bottiglia. Un sostenitore di Sinistra e libertà viene aggredito mentre tenta di fermare un lancio di bottiglie contro i vigili del fuoco, rischia di perdere due dita di una mano.
In via Labicana, davanti all'agenzia interinale Manpower, c'è ancora l'aria carica dei fumogeni accesi dai teppisti che hanno appena devastato gli uffici. Uno dei violenti si attarda, sta per raggiungere il gruppo quando un anziano lo afferra per un braccio e gli sferra un calcio nel sedere, «e adesso vai via bastardo». E sulla stessa strada, quando i black assaltano un'edicola sacra e rompono un vaso di fiori per la Madonnina, scoppia la rissa: i pacifici li inseguono e li spintonano, cercano di scacciarli dal corteo, ma quelli proseguono la loro marcia violenta. Non ha timori un fotografo milanese ad affrontare alcuni dei ribelli, «siete dei vigliacchi, a Genova giravano con il volto scoperto». E in largo Visconti Venosta una parte del corteo corre dietro agli incappucciati per impedire che usino le mazze.
Duecento manifestanti, a piazza San Giovanni, sotto la statua di San Francesco urlano «no violenza» con le braccia alzate. Gli altoparlanti che dovevano servire per lanciare slogan diffondono un invito alla resa: «Ragazzetti con i caschi, fatela finita. Uscite dal corteo e tornate a casa». Partono gli applausi della folla quando la violenza degli idranti cerca di disperdere i gruppi, si grida «vergogna» per incitare a cariche più decise. Un lungo, liberatorio applauso alle ultime cariche della polizia. I manifestanti aiutano la polizia a bloccare i «neri», indicano la direzione verso cui fuggono.
L'indignazione inespressa, sotto un cielo pesante di fumo, diventa paura e poi rabbia. «Abbiamo fatto seicento chilometri da Brescia, tutto rovinato da un gruppo di cretini», Mauro s'allontana da via Cavour più indignato di prima, spinto dalla folla in fuga verso le scale di San Pietro in Vincoli. Silvia, 24 anni torinese, piange: «E' una sconfitta per la libertà di manifestare, ci hanno tolto anche questo diritto. E adesso che ci resta?». Una sindacalista romana di 57 anni mette sotto accusa le manifestazioni ai tempi dei social-network, «sono pericolose, troppe spontanee. Con il tam-tam della rete raccogli di tutto, non c'è più controllo. Perché non sono state impedite queste infiltrazioni?».
Arrabbiati, più che mai, perché «tutto era tristemente prevedibile», Michel, venuto da Avezzano, li aveva visti «e come me tutti gli altri. Erano ovunque, a piazza Esedra, con le spranghe e i passamontagna». Perché non li hanno fermati?, si chiedono adesso in tanti. Dov'era la polizia? «Si capiva da subito che c'era una brutta aria. Io e la mia amica», racconta Laura, «eravamo guardinghe, ma mai e poi mai potevamo immaginare di assistere a queste scene di violenza inaudita. La gente cercava di contrastarli e loro reagivano. Ma quando ci sono le mazze da baseball c'è poco da fare, quelli erano in tenuta paramilitare».
Indignatissimo, Franco di Bergamo, «perché d'ora in poi non si potrà più manifestare pacificamente». E' finita così, le bandiere arrotolate e l'amarezza. Si spegne nell'incendio della piazza la voglia di ribellarsi di Angela Di Leone, «mamma indignata perché ho due figli: uno precario con laurea e master e un altro in Russia per lavorare». Quella di Marco Salvi, studente di giurisprudenza a RomaTre, «senza più futuro e con un titolo di studio, quando l'avrò, svalorizzato rispetto a quello dei coetanei europei». La voglia di esserci di Graziella Rumer Mori, avvocato di Firenze, che a 79 anni sorregge uno striscione giallo e sfila nonostante la protesi alla gamba, «sono qui per i miei nipoti, preoccupata ma non sfiduciata». Sfumano tra le sirene i timori di un medico del lavoro, Gino Carpentiero, che «vede l'Italia colpita da un cancro quasi all'ultimo stadio», le provocazioni degli «incazzados», con le magliette arancioni come Leonardo Cruciani, «questa manifestazione è multicolore: non è viola, non è verde, non è rossa». Quei violenti l'hanno tinta di nero.

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