Si chiama Fabio Tartaglione, ha poco più di trent'anni ed è in forze al battaglione carabinieri Lazio di Tor di Quinto. Solo il caso e la sua prontezza hanno evitato che fosse una nuova vittima degli scontri di piazza. Ieri pomeriggio era lì, a San Giovanni, insieme a tanti altri carabinieri e poliziotti, a fare il suo dovere. Ad eseguire gli ordini per garantire la sicurezza di tutti. E il suo compito, ieri, era quello di guidare un blindato. «E' successo tutto all'improvviso - ha raccontato tenendosi il naso gonfio per un colpo preso - I manifestanti armati di pali sono riusciti a bloccare il mezzo. Non riuscivo più a muoverlo. E loro colpivano da tutte le parti». Il parabrezza, nonostante la protezione, è andato in frantumi. Qualcuno è riuscito ad aprire uno sportello con delle spranghe. «Non avevo scampo, non avevo scampo - ha ripetuto più volte ai colleghi che lo hanno soccorso - Ho dovuto abbandonare il mezzo. Ma ho evitato il peggio e ho tenuto sempre la pistola nella fondina».
Tartaglione ha aperto lo sportello. Ha cominciato a correre inseguito da un paio di ragazzi incappucciati e da una valanga di sassi e bastoni. Ha sbattuto contro un altro mezzo, ma non si è fermato. Se lo avesse fatto, forse, sarebbe stata la fine. Il suo furgone intanto già era stato avvolto dalle fiamme. Pochi istanti e sulla fiancata è apparsa una scritta che riporta a piazza Alimonda di Genova quando il morto c'è scappato davvero: «Carlo vive». E sul retro un'altra sigla tanto cara agli ultras degli stadi quanto ai movimenti anarchici: «Acab», l'acronimo inglese All Cops Are Bastards, tutti i poliziotti sono bastardi. Poi la corsa all'Umberto I dove i medici gli hanno diagnosticato la rottura del setto nasale e altre contusioni. Per sicurezza è stato ricoverato.