Le maggioranze soltanto numeriche non affrontano e meno che mai risolvono i problemi del paese. Sono tanto inefficienti quanto costose. Infatti, per ricompensarli dei loro indispensabili voti di fiducia (o di scambio?), Berlusconi ha dovuto fulmineamente promuovere quattro deputati a sottosegretari e vice-ministri. E' lunga l'agonia di questo governo che, nonostante le esplicite e ripetute richieste del Presidente Napolitano, non è in grado di trasformare i suoi risicati numeri parlamentari in una maggioranza coesa e operativa. Le poche volte in cui tenta la strada dell'operatività inciampa proprio nelle sue divisioni interne, ormai plateali, fra potenti capi fazione. In attesa che Berlusconi esca di scena, tre o quattro dei capi fazione nel Popolo della Libertà vanno alla conquista di sostenitori desiderosi della rielezione. Il costo delle promozioni, dei posizionamenti, delle inazioni è altissimo. Lo stiamo pagando noi cittadini, ma in parte lo pagheranno anche i successori al governo di Berlusconi quando dovranno effettuare gli improcrastinabili interventi per rilanciare l'economia e riformare la società. E' forse eccessivo scomodare Antonio Gramsci e citare per esteso una sua famosissima frase:"Il vecchio muore ma il nuovo stenta a nascere. Nell'interregno proliferano i germi della degenerazione", ma è questa la situazione italiana attuale.
Oltre che nelle decisioni di qualche deputato particolarmente disponibile e mobile, l'imprevedibile futuro politico italiano sta soprattutto nelle mani di Berlusconi e di Bossi. Questi due vecchi leader condizionano con le loro logore idee, sono davvero loro la vecchia politica, qualsiasi possibilità di rilancio. Entrambi appaiono dolorosamente consapevoli di non essere più riveriti e amati come un tempo, se non dai più servili e ipocriti dei loro parlamentari. Nessuno dei due sembra intellettualmente e politicamente capace di favorire un qualsivoglia ricambio. Rimangono abbarbicati alla loro poltrona perché non sanno che cosa fare. Ma, se la prova generale dell'opposizione era costituita dal tentativo, fortemente voluto da Casini, di fare mancare il numero legale, allora neppure il centro-sinistra è pronto non soltanto a ereditare il governo, ma a esercitare il potere di governo. Certo, il primo dovere di un'opposizione è fare cadere il governo in carica. Sarebbe più facile e più produttivo ottenerlo operando con alleanze chiaramente stipulate e con priorità programmatiche accompagnate da soluzioni precise. Il meglio che si possa dire dell'opposizione è che si trova in uno stallo, comprensibile, ma non giustificabile, dovuto alla necessità, numerica e politica, di sommare i voti di Sinistra Ecologia e Libertà a quelli del Terzo Polo, alquanto eterogeneo al suo interno.
Fino ad oggi, il ruolo di opposizione coerente, intelligente, persino propositiva è stato svolto dal Presidente della Repubblica. La sua"opposizione", sempre esercitata in nome della"unità nazionale" (come vuole la Costituzione), ha mirato a rappresentare e promuovere non gli interessi di una parte, ma quelli del paese in una visione che combina senso civico, sviluppo economico, solidarietà sociale e qualità etiche. A fronte dei guasti economici, sociali e morali prodotti dal berlusconismo e dai suoi epigoni, quanto fatto da Napolitano è tantissimo, ma neppure il migliore dei Presidenti, come è Napolitano, può, e neppure deve, offrire un'alternativa di governo.
Soltanto le elezioni politiche potranno suscitare quest'alternativa, grazie ad una legge elettorale che consenta ai cittadini di votare i propri parlamentari in collegi uninominali, magari producendo un profondo ricambio della classe politica. Berlusconi è un tappo per il cambiamento del e nel Popolo della Libertà, ma anche troppi dirigenti del Pd, dalle lunghe e protratte carriere politiche, dovrebbero seriamente pensare di aprire, non ricandidandosi, spazio a giovani donne e giovani uomini portatori di idee nuove, spesso già sperimentate con successo nei governi locali.