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Data: 16/10/2011
Testata giornalistica: Il Centro
Ma nel partito comincia la lotta per un posto sicuro in lista

ROMA - Archiviata la partita del voto di fiducia, da domani riprenderà il pressing sul ministro Tremonti affinché permetta il varo di un ddl-sviluppo «non a costo zero». L'arma del condono fiscale resta sul tavolo, anche se il ministro dell'Economia non ne vuol sentir parlare e insiste affinché non si varino provvedimenti che metterebbero a rischio la credibilità del Paese. Berlusconi sa che sul tanto atteso provvedimento, che dovrebbe far ripartire il Paese, rischia di riproporsi l'ennesimo scontro.
Un ulteriore assaggio del clima teso con Tremonti, c'è stato qualche giorno fa in consiglio dei ministri, ma la preoccupazione maggiore del premier restano i numeri in aula. «Abbiamo scambiato due ronzini per due puledri, voglio vedere se Urso e Ronchi saranno sempre in aula, Gava e la Destro, sì», sostiene uno dei capigruppo del Pdl alla Camera. Il Cavaliere non ha ancora perso le speranze di poter concludere la legislatura, ma sa che gli spazi si riducono senza il ddl sulla crescita. «Siamo sotto il Pd, al 27%, ma possiamo recuperare perché abbiamo un serbatoio di elettori da convincere e riportare al voto», spiegava il premier a uno dei tanti frondisti incontrati nei giorni scorsi ai quali ha promesso «il varo entro il mese» del ddl sulla crescita. L'accordo però ancora non c'è e il problema non è solo Tremonti, ma anche la difficoltà a convincere la Lega, partito ormai alle prese con un leader in sempre più evidente difficoltà fisica.
«Serviranno ancora un paio di settimane», ammonisce realisticamente il ministro La Russa, che teme di dover fare i conti con un testo minimal varato in consiglio dei ministri e poi oggetto di quella valanga di emendamenti promessi da scajoliani e frondisti. Nell'occhio del ciclone, dopo il voto di venerdì, sono proprio i parlamentari vicini all'ex ministro dell'Interno. «Per il Dottore sono morti il giorno che hanno deciso di partecipare a quella cena», ammette un fedelissimo del premier. Malgrado il Cavaliere punti a durare per altri diciotto mesi, è ormai da tempo che nel Pdl si ragiona su candidature e posti in lista. Sondaggi alla mano i seggi alla Camera rischiano di dimezzarsi o quasi. Se si votasse con l'attuale legge sarebbero ovviamente preda della nomenclatura. Qualche stima comincia a circolare nel Pdl, così come si parla dei criteri di scelta che verranno seguiti. Il primo criterio punta a far fuori chi ha già fatto tre legislature in modo da lasciare a casa «i parlamentari più costosi». Ovvero coloro che pretenderebbero poi poltrone e che, se rieletti per la quarta volta, potrebbero avere strane tentazioni. Meglio fedelissimi e spiantati. Le presenze in aula hanno sempre contato poco (ne sa qualcosa l'ex deputato e recordman di presenze in aula Giacomo Baiamonte).Segue un altro e più importante criterio: sì ai colonnelli di An e FI, ma senza truppe. Un modo per ridimensionare alcune leadership e ridurre correnti, fondazioni e conventicole. Azzerato il criterio del 70 a 30 e calcolato che i posti buoni in lista verranno occupati da una cinquantina di membri dell'attuale governo, da una decina di presidenti di commissione, da altrettanti capigruppo e vice, dai tre-più-uno coordinatori nazionali, da una quindicina di coordinatori regionali e da cinque o sei leader dei micro partiti che compongono il centrodestra, si comprende come senza una vittoria elettorale e relativo premio di maggioranza, i 120 posti da deputato e la sessantina da senatore sono quasi esauriti.

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