ROMA - Fotografie e memoria storica. Video e facce, voci e odori di gente conosciuta nei centri sociali di mezza Italia. Parte con un computer acceso e una certezza, la grande retata per catturare i veri responsabili della mattanza di sabato pomeriggio. Perché nel computer ci sono le foto e i nomi degli esagitati italiani, scattate negli stadi, in val di Susa, alla discarica di Terzigno e altrove. Nella memoria degli investigatori c'è il resto: le abitudini, le frequentazioni, gli ambienti in cui «nuotano questi pesci». E questa è la certezza: di conoscerli già e di catturarli presto.
Alla Digos di Roma vogliono fare in fretta, così come al Ros dei Carabinieri. Sanno tutti che i dodici fermi di sabato sono niente. Che si tratta di poveracci che hanno dato in escandescenze. Ma non avevano fionde, biglie o zaini pieni di molotov. Non avevano nemmeno i caschi in testa. Così già stamane un primo fascicolo telematico zeppo di fotogrammi ingranditi con le facce dei veri black bloc dovrebbe partire per le digos di tutta Italia, dove gli investigatori che si intendono di reati politici potranno vedere i volti che riconoscono. I passamontagna potrebbero non aver protetto i lanciatori di molotov e di biglie d'acciaio, perché sabato pomeriggio, prima che scoppiasse l'inferno di via Cavour e in piazza San Giovanni, gli investigatori della Digos si erano preoccupati di fotografare a distanza quasi tutti i manifestanti sospetti. Quelli con il casco alla cintola anche se andavano in autobus, quelli con la maschera antigas appesa allo zaino, quelli che arrivati da giorni che dormivano accampati nei centri sociali della periferia romana, da Acrobax al Bencivenga occupato. E poi ci sono le immagini del web, dei tanti partecipanti alla manifestazione che avevano la macchinetta o il telefonino e hanno scaricato le immagini del terrore romano in Rete e nelle pagine dei social network. Molti dei black bloc si sono cambiati il maglione prima della mischia; ma i caschi erano gli stessi e anche le maschere antigas. Altri sono rimasti a schiena nuda, con i tatuaggi in vista. Altri ancora sono stati fotografati mentre si infilavano la felpa nera, al riparo di un furgone o nei vicoli intorno a via Cavour.
E chi non sarà riconosciuto dalla memoria storica degli investigatori, finirà nel database del Viminale. Dove ci sono i volti degli ultras del calcio di tutta Italia, fotografati in alta definizione dalle postazioni della polizia dedicate alla schedatura dei violenti. E dove ci sono anche le foto dei facinorosi No Tav della Val di Susa e di tutte le manifestazioni violente degli ultimi tempi, dagli scontri alle discariche di Terzigno alle occupazioni di università e scuole.
E poi c'è lo straordinario archivio dei gestori di telefonia mobile. Che ha registrato gli sms che ieri consentivano ai drappelli di incappucciati di dirigersi verso ora verso San Giovanni, ora verso Piramide e infine verso la stazione Termini. I professionisti di questa guerriglia, magari, non li fregano: perché usano il messenger del Blackberry o l'applicazione WhatsApp dell'Iphone e tagliano fuori i sistemi di intercettazione. Ma l'esperienza dice agli investigatori che nei momenti di concitazione, mentre scappano da una carica, molti dimenticano le precauzioni e mandano sms ordinari e individuabili. E ad ogni messaggio che comunica un attacco corrisponde un numero, un nome e un indirizzo. Al quale, nel giro di qualche giorno, potrebbero presentarsi un paio di agenti della digos cittadina.