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Data: 22/10/2011
Testata giornalistica: La Repubblica
Il futuro dell'Ataf - Renzi: «Gli autisti dicono no? Si vende» Il sindaco di Firenze dopo le assemblee che hanno bocciato le sue richieste

E ORA avanti tutta con la privatizzazione.
Il futuro di Ataf da oggi cambia direzione: «Non sarà possibile tentare un confronto», sono le ultime parole dei sindacati consegnate via fax al presidente Filippo Bonaccorsi dopo la lunga notte dell'orgoglio. La notte del «gran rifiuto», del no gridato contro il sindaco Matteo Renzi e la sua offerta «prendere o lasciare». E la mattina dopo, Renzi non ha bisogno di pensare a lungo per decidere la rotta da seguire: «Si vende ai privati». Ancora qualche giorno per i passaggi dovuti: la comunicazione ufficiale, la riunione dei sindaci soci. Poi si parte con la vendita, dice il sindaco: «Da farsi comunque prima della gara regionale del trasporto pubblico». Alla quale peraltro, alle condizioni fin qui conosciute, Firenze non parteciperà. «Gli avevamo fatto un'offerta, hanno detto di no»,è la sintesi che ne ricava il sindaco. No ai 52 prepensionamenti di impiegati ed inidonei, ai 15 minuti di guida in più a turno, al ricalcolo dei premi e alla flessibilità dei turni. Cioè l'amara medicina che Renzi aveva chiesto ai lavoratori di mandare giù. E visto che l'offerta è stata rifiutata, commenta il sindaco con i suoi collaboratori, se domani arriverà il privato e tirerà fuori il pugno di ferro per licenziare 100 autisti, la responsabilità sarà solo dei sindacati. Perché hanno voluto difendere lo «status quo», ritiene il sindaco: hanno voluto difendere i 1.400 euro per 35 ore lavorate di un autista medio. Anche se i sindacati contestano i numeri messi sul tavolo in questi giorni. «E con i metodi, gli atteggiamenti e le provocazioni che sindaco e presidente Ataf stanno mettendo in atto senza la presentazione di un piano industriale pluriennale chiaro e preciso, con la garanzia e la tutela dei livelli occupazionali, non sarà possibile tentare un confronto», conclude il documento delle Rsu Ataf. Che ribadisce un no netto alla privatizzazione e «ad un sistema politico che privilegia l'interesse e il profitto di pochi rispetto al bene comune». Cioè, dice il documento delle Rsu, la «cultura che incarna Renzi». Se l'Ataf è oggi in difficoltà, la colpa è del Comune, che non ha mai rispettato gli impegni presi per la creazione di un trasporto efficiente: dalle linee flash alle corsie preferenziali. «E se non verrà fermata l'emorragia dovuta agli sperperi per alte promozioni, per adeguare e poi chiudere il deposito di viale Aleardi, per riverniciare bus fatiscenti e per l'assunzione di nuovi impiegati, qualsiasi sacrificio dei lavoratori finirà in una voragine senza fondo», scrivono le Rsu. Indicando come alternativa alla vendita quella dell'aggregazione con le altre aziende di trasporto della regione per partecipare poi alla gara. Gratuite falsità, per il sindaco Renzi. Che rivendica invece di aver eliminato in due anni tutti gli sprechi e ridotto all'osso i costi aziendali, lascito delle gestioni precedenti: «Consulenze, assistenze esterne e spese per marketing tagliate di oltre il 50%, mentre le spese per il Cda ed il direttore generale oggi sono un terzo di tre anni fa. E nello stesso periodo 47 autobus nuovi, 143 pensiline inaugurate, nuove corsie preferenziali. Ma non basta, non può bastare», scriveva appena lunedì nella lettera inviata a tutti i dipendenti dell'azienda dei bus. E il «gran rifiuto» di mercoledì notte, per Renzi ha solo un significato possibile: «Hanno vinto i Cobas, gli altri si è visto che non hanno i numeri. E il punto di fondo è che il sindacato non governa più niente», ha commentato ieri il sindaco assieme ai suoi collaboratori, prima di partire per Roma e partecipare a «La versione di Banfi» (non a Porta a Porta, l'uccisione di Gheddafi ha cambiato i programmi). Che faranno i dipendenti Ataf adesso? Già si preparano ad un nuovo sciopero. E forse anche ad una contestazione nel fine settimana della Leopolda II. «Ci verranno? Bene, mi daranno l'occasione per dimostrare che a Firenze le cose si fanno», è la caustica reazione di Renzi.

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