ROMA - Sarebbe troppo parlare di strappo. Ma alla tormentata storia del governo Berlusconi si aggiunge un nuovo capitolo: Bobo Maroni, per lungo tempo sospettato in passato di lavorare alla costruzione di un nuovo esecutivo, torna a essere «attivo» (definizione di uno dei suo fedelissimi). E lo fa in due mosse. Venerdì è andato a cena a Capri con la fustigatrice del Cavaliere, la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. E ieri dal palco dell'hotel Quisisana, applaudito e acclamato dai giovani industriali, ha detto ciò che Emma voleva sentire: «Bisogna fare rapidamente il decreto sviluppo, il governo ha fatto tanto per tenere saldi i conti e adesso bisogna puntare alla crescita». Poi, con un sorriso: «E' sempre interessante e utile sentire le posizioni di Confindustria». Un'apertura che la Marcegaglia non ha fatto cadere: «Ringrazio un ministro molto importante come Maroni per la disponibilità».
C'è da notare che Maroni è stato l'unico esponente del governo a sbarcare a Capri. C'è da aggiungere che la sua diplomazia cozza con la reazione irata del Pdl. Alla Marcegaglia che ha dipinto il decreto sviluppo a costo zero come «un'ipotesi deludente», hanno risposto Angelino Alfano e Ignazio La Russa. «La crisi è mondiale, chi crede che facendo un decreto risolviamo la crisi si illude. Noi diamo una mano, ma poi ognuno deve fare la propria parte e bisogna evitare di pensare che sia il governo, con la bacchetta magica decretizia, a risolvere il problema della crisi», ha tuonato il segretario del Pdl. E il ministro della Difesa, velenoso: «La Marcegaglia è libera di fare le dichiarazioni che vuole. Spero che non si arrabbi, oltre alla Fiat, qualche altro pezzo grosso della sua associazione». Un uno-due che ha finito per dare più peso all'apertura di Maroni. Clamorosa anche perché, inevitabilmente, il ministro dell'Interno è entrato in rotta di collisione con Giulio Tremonti, l'amico di Umberto Bossi.
E' però proprio dalle vicende interne alla Lega che bisogna partire per decifrare il nuovo attivismo di Maroni. Meno di un mese fa, in occasione del voto della Camera sull'arresto dell'ex consigliere di Tremonti, Marco Milanese che avrebbe potuto decretare la fine del governo, il responsabile degli Interni calmò i suoi deputati con una frase di poche parole: «Anch'io non voglio più il governo del Cavaliere, ma Bossi è di parere opposto. E io non mi metterò mai contro l'Umberto». Punto e basta. Negli ultimi giorni molto è cambiato. Dopo il congresso di Varese e le contestazioni che l'hanno colpito, Bossi ha cambiato approccio con i dissidenti legati a Maroni. Il sindaco di Verona, Flavio Tosi, è a rischio espulsione: è stato accusato di «eresia» e insultato dal Senatùr («è uno stronzo») per aver definito «da voltastomaco» alcune votazioni in Parlamento. E nel mirino del segretario e dei suoi fedelissimi Marco Reguzzoni, Rosy Mauro e Federico Bricolo, sono finiti anche altri due maroniani doc: il sindaco di Varese Attilio Fontana e il segretario lombardo Giancarlo Giorgetti.
Ma c'è di più. C'è che Bossi coltiva l'idea di cancellare dalle liste leghiste tutti i dissidenti. Come? Conservando l'attuale sistema elettorale disegnato da Roberto Calderoli, quello che permette ai leader di partito di scegliere chi portare in Parlamento. Conclusione: il Senatùr punterebbe alle elezioni in primavera in modo da far saltare il referendum anti-Porcellum. Un piano che ha fatto scattare in Maroni un sano istinto di sopravvivenza. «Va bene la fedeltà all'Umberto», dice uno dei suoi, «ma se ti stanno per sparare alle testa cerchi di salvarti». Da qui il nuovo movimentismo: «Bobo ha ripreso a guardarsi attorno».