ROMA - Pensioni? Guai a chi le tocca. Privatizzazioni? Praticamente una parolaccia. Abolizione delle Province? «Se ci provano - parola dei lumbàrd - scateniamo la guerra». Riduzione del numero dei parlamentari? Se ne parli pure, basta che se ne parli a vanvera. Riforma del Porcellum, così ribattezzata dal suo inventore, che tutti vogliono riformare o sopprimere? La Lega la difende. Non esiste progetto di modernizzazione dell'Italia, e velleità o volontà riformista che provi a superare la palude nostrana, che non incappi nei no del Carroccio, nei niet del Parolaio Verde (riedizione in salsa padanista del Parolaio Rosso che fu Bertinotti al tempo dei governi di centro-sinistra), nel catenaccio duro e penalizzante del partito nordista. Che evidentemente, e anche per statuto, non ha a cuore le sorti della patria a cui non sente di appartenere. Visto che l'habitat è la Padania (anche se, come dice il presidente Napolitano, «la Padania non esiste»).
Il no sulle pensioni, che dovrebbe essere un paradosso per un partito che nacque su una spinta futurista e s'è trasformato in una zavorra passatista, ormai è un classico del repertorio dei lumbard. Fino al colmo per cui i principali nemici dello scalone Maroni, la riforma previdenziale approvata nella precedente legislatura a guida centrodestra (2001-2006), sono stati i leghisti, e ancora festeggiano per la successiva abolizione di quella legge. Il no sull'adeguamento del sistema previdenziale italiano agli standard degli altri Paesi europei, che ha punteggiato anche tutte le fasi della manovra economica dallo scorso giugno in poi, rientra nella serie della Lega che predica bene e razzola male. «Non toglieremo mai i soldi alle vecchiette!», proclamò Bossi due mesi fa. Anche se in verità non per motivi umanitari (il Senatùr filantropo?) ma per interessi di bottega ha agito il catenaccio previdenziale delle camicie verdi. Ovvero: due terzi delle pensioni di anzianità attualmente in vigore vengono pagate a cittadini residenti nel Nord d'Italia. Il record in Lombardia: dove gli assegni anticipati sono circa un milione. Tornaconto elettorale, e perfino familistico. Vedi alla voce Manuela Marrone, moglie di Bossi, la quale è una baby pensionata: riceve un trattamento previdenziale dal lontano '92, da quando cioè, alla tenera età di 39 anni, decise di ritirarsi dall'insegnamento. Per poi aprire una scuola, nel '98, la Bosina di Varese, che nella legge finanziaria del 2010, in tempi di tagli, ha ricevuto 800.000 euro di contributi pubblici.
La Lega del no è quella che - in nome delle tre presidenze che detiene, più 194 consiglieri, 28 assessori nelle giunte e 4 vice-presidenti e presidenti dei consigli - impedisce l'abolizione delle Province. Un niet che costa all'erario 4 miliardi, mentre ne costa due lo stop agli interventi sulle pensioni d'anzianità. Il no all'aumento di un punto dell'Iva, uno dei farmaci salva-vita per l'Italia agonizzante, è stato scandito dai leghisti nei mesi scorsi, ma poi si sono piegati. L'Europa, la Bce e tutti quelli che vorrebbero mettere l'Italia al passo con le nazioni più progredite insistono da tempo sulle privatizzazioni. Ma guai a parlarne nei tinelli del potere in salsa verde. «In un momento come questo - ha spiegato Bossi - sarebbe soltanto un'inutile svendita, che non porterebbe neanche un euro in cassa e agevolerebbe unicamente gli speculatori». E la dismissione dei beni immobiliari dello Stato? Qui si rischia - al grido «Giù le mani dai tesori del Nord» - addirittura l'obiezione di coscienza.
«Va a ciapà i ratt», è uno dei motti prediletti da Bossi. Significa vai a perdere tempo altrove. E l'Italia che non ha più tempo non può sopportare altri no.