MILANO. L'età minima per andare in pensione potrebbe salire da 60 a 62 anni. Il governo lavora su un'altra riforma delle pensioni dopo le modifiche apportate solo nel luglio scorso ma al momento si tratta di ipotesi.
Le pensioni di anzianità. Sono le pensioni che ora vengono concesse sulle base dell'anzianità di lavoro e sono quelle che, in toto, qualcuno vorrebbe abolire, si dice su suggerimento dell'Unione Europea. Attualmente si ottengono dopo 40 anni di lavoro a prescindere dall'età anagrafica oppure con il sistema delle quote (la somma dell'età anagrafica e degli anni lavorati). La mediazione nel Governo sulla riforma delle pensioni potrebbe contenere il ritorno alla legge Maroni che prevedeva a partire dal 2010 un'età minima per la pensione di anzianità di 61 anni (62 per gli autonomi), età aumentabile di un anno nel 2014. La legge del 2004 che conteneva lo scalone nel 2008 da 57 a 60 anni di età minima per la pensione anticipata poi cancellata dal Governo Prodi prevedeva un aumento dell'età anagrafica più veloce della legge Damiano ora vigente (61 anni di età minima per i lavoratori dipendenti solo nel 2013). Questa mediazione potrebbe essere sostenibile per la Lega che già la accettò nel 2004 con Maroni ministro. Probabilmente però il passaggio a 62 anni come età minima sarà previsto prima del 2014 mentre sarà inserita un età minima per l'uscita anche per coloro che vanno in pensione con 40 anni di contributi (che ora possono andare a riposo a qualsiasi età). Naturalmente a qualsiasi età minima che fosse fissata per la pensione anticipata andrà aggiunto il periodo della finestra mobile (12 mesi per i dipendenti, 18 per gli autonomi) e l'adeguamento dell'età legata all'aspettativa di vita prevista dalle manovre correttive del 2010 e del 2011.
Le quote. Attualmente bisogna raggiungere quota 96 (somma di età anagrafica più anni lavorati) e una delle idee circolate è di alzare la quota da 96 a 100. Non solo, ma alzando subito il requisito dell'età a 64 anni (in questo modo ci vorrebbero 36 anni di contributi versati). Era già previsto, da precedenti ritocchi, che la quota potesse essere alzata al livello di 100, ma entro il 2015. E' evidente che anticipando la riforma ci sarebbe un risparmio per i conti dello Stato. Altra ipotesi è quella di lasciare ferma l'età di uscita (dal 2012 a 60 anni con 36 anni di contributi per i lavoratori dipendenti) ma con penalizzazioni economiche per chi abbandona il lavoro prima dell'età di vecchiaia. Ci sarebbe, insomma, la possibilità di lasciare il lavoro ma con svantaggi per chi prende questa strada.
La vecchiaia. Un modo certo per fare cassa è quello di alzare l'asticella del pensionamento a 67 anni. I sindacati e alcuni partiti dicono di «no». Ad oggi vanno in pensione a 65 anni gli uomini e le donne del pubblico impiego. Per le donne del settore privato è previsto uno «scalone», dal 2014 al 2026, per arrivare a 65 anni ed è su questo scalone che il governo potrebbe intervenire per risparmiare qualcosa. Più difficile che si intervenga di nuovo per adeguare le pensioni all'aspettativa di vita.
Si tratta di una riforma appena fatta che allunga di tre mesi in tre mesi l'età della pensione, sul presupposto che la vita media è più lunga di un tempo. La riforma era stata fatta spiegando agli italiani che, vivendo di più, si deve anche lavorare di più.
Reversibilità e invalidità. L'Italia spende moltissimo per pagare le pensioni di reversibilità al coniuge superstite. E' possibile un ritocco in materia. Possibile un ritocco anche sulle pensioni di invalidità, concesse molto spesso con manica larga, ma non soltanto in Italia.
Tra le ipotesi circolate anche un prelievo sulle baby-pensioni (sarebbero toccati i lavoratori che hanno abbandonato il servizio prima dei 50 anni di età).
E' possibile che si chieda un contributo anche a chi è andato in pensione senza aver raggiunto i 25 anni di contributi.