MILANO - Da tre mesi Umberto Bossi nei comizi ripete come una giaculatoria due cose: che la Lega non vuole far cadere il governo, per lo meno non adesso; e che grazie alla Lega le pensioni sono state salvate. Ma da quando l'Ue domenica ha messo l'Italia con le spalle al muro, il capo padano ha capito che almeno una delle due cose non potrà più essere ripetuta. O le pensioni, o il governo. «A meno che non riusciamo a convincere Silvio a venire dalla nostra» sussurra lo stesso Senatùr a Bobo Maroni e Roberto Calderoli prima di entrare a palazzo Chigi. Un auspicio, il suo, che vale come indicazione della linea da seguire al Consiglio dei ministri. Resistere, alzare il prezzo, e poi trattare da una posizione di forza.
Infatti avviene proprio così, con Bossi che tiene il punto. Lo fa in privato con il Cavaliere e poi davanti a tutti i ministri riuniti: «La crisi è grave, ma dobbiamo approvare leggi e decreti che vadano bene a tutta la maggioranza», dice, «e se si toccano le pensioni a noi non va bene». Da una parte dunque la disponibilità a trovare un accordo, dall'altra l'annuncio minaccioso di essere anche pronto a far saltare il tavolo nel caso l'accordo non fosse soddisfacente per il partito nordista. Di conseguenza il Consiglio dei ministri si chiude con un nulla di fatto e la delegazione leghista si accomoda al tavolo ristretto col premier e con Tremonti per continuare - o iniziare ex novo - la trattativa notturna.
La posizione della Lega Nord, dunque, per il momento rimane quella che Marco Reguzzoni e Rosy Mauro si sono premurati di annunciare alle agenzie di stampa già al mattino presto. «Siamo sempre stati contrari all'ipotesi di ridiscussione dell'età pensionabile» aveva mandato a dire il capogruppo alla Camera quando erano appena le 9. E la vicepresidente del Senato aveva rincarato di lì a poco: «Siamo perfino disposti a portare in piazza i lavoratori del sindacato padano su questa questione». Visto che i due su temi così dirimenti non parlano mai per iniziativa personale, tutti nel partito hanno capito quello che c'era da capire.
Le cronache leghiste riferiscono che nella delegazione ministeriale del Carroccio il più determinato a rimanere saldo sulla linea di intransigenza sia Bobo Maroni e che il più disponibile a trovare una soluzione pacificatrice sia Calderoli. Non è una novità visto che il primo da tempo manifesta insofferenza per i ripetuti cedimenti ai voleri del Cavaliere e che il secondo, invece, lavora alacremente per prolungare il più a lungo possibile la durata del governo. Di certo c'è che a Bossi questo gioco delle parti fra i suoi ministri per ora va bene, anzi lo alimenta in modo da poter lasciare spazio a diverse soluzioni. Non a caso ne parla proprio con loro due appena arrivato da Milano a metà pomeriggio, mentre in auto vanno dall'aeroporto verso palazzo Chigi: «Alziamo il prezzo, vediamo quello che sono pronti a cedere. Alla fine facciamo i conti e decidiamo».
Trattare a oltranza, dunque. Anche perché l'idea del Carroccio è quella di non cedere alla fretta e di prendere altro tempo. Un po' per «far vedere all'Europa che noi non prendiamo ordini da nessuno», un po' perché se dovesse alla fine arrivare una resa dei leghisti in tema di pensioni nessuno possa dire che i padani hanno calato le braghe in quattro e quattr'otto senza neppure provare a resistere. Ma soprattutto perché Bossi vuole darsi la possibilità di capire che aria tira per davvero fra i militanti e gli elettori in un momento che si annuncia decisivo per il futuro dei rapporti fra la Lega e il partito del Cavaliere. Una parte della base da molti mesi chiede di staccare la spina, il leader vuole capire si sia una parte consistente o una minoranza o - come gli hanno raccontato finora gli uomini del clan di Gemonio - dei semplici disturbatori che vogliono scalzarlo dal trono della Lega.
Il problema è che per capirlo Bossi avrebbe bisogno di molto tempo: andare in giro per le terre del suo bacino elettorale, parlare con le persone, senza filtri, senza pregiudizi. Ma il tempo non c'è.