LA CRISI La Cgil: «Misure da incubo reagiremo con forza» Marcegaglia soddisfatta: eliminare tutte le rigidità
ROMA. L'annuncio del governo della nuova normativa sui licenziamenti un risultato l'ha ottenuto: ricompattare i sindacati, dopo molto tempo sulla stessa linea. La Cgil parla infatti «di misure da incubo» e annuncia che «il sindacato reagirà con la forza necessaria», Cisl, Uil e Ugl considerano «un grave errore e un'inaccettabile provocazione nei confronti del sindacato l'intenzione del governo di introdurre una nuova normativa sui licenziamenti». Le tre sigle sindacali annunciano quindi che «se il governo intendesse intervenire sulle materie del lavoro senza il consenso delle parti sociali, Cisl, Uil e Ugl saranno costrette a ricorrere a scioperi». Per il segretario della Cgil Susanna Camusso «è possibile un'iniziativa unitaria», anche il leader della Uil Luigi Angeletti spiega che «se ci sarà uno sciopero generale penso non ci saranno particolari problemi a farlo tutti assieme».
A nulla dunque è servita l'affannosa difesa del governo, affidata al ministro del Welfare Maurizio Sacconi che ha ripetuto la stessa frase per tutto il giorno: «Licenziamenti facili è un titolo che serve solo a spaventare una società già insicura ma che non rappresenta le misure suggerite dall'Europa e accolte dall'Italia con altre proprie integrazioni. L'obiettivo è chiaro: incoraggiare le imprese a crescere e ad assumere a tempo indeterminato». Tesi, quella di Sacconi, sulla quale si è abbattuto un diluvio di proteste, non solo del sindacato ma anche di tutta l'opposizione, e sostenuta solo dalla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, soddisfatta degli impegni presi dal governo sul fronte della riforma del mercato del lavoro: «Bisogna eliminare tutte le rigidità - ha detto - e introdurre più flessibilita».
Del resto la genericità della formula con cui la lettera del governo ha introdotto il tema a Bruxelles, e cioè una «nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici», ha prodotto reazioni quasi esclusivamente politiche essendo difficile entrare nel cuore di un provvedimento i cui contenuti restano un mistero.
Una delle letture possibili è quella che il provvedimento si rifaccia a due norme che si occupano di licenziamenti individuali e collettivi, una del 1966 e l'altra del 1991, il cui sviluppo arriverebbe a toccare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. La prima offre una casistica molto ampia, riferita a ragioni legate all'organizzazione dell'impresa, tecniche e produttive, la seconda si occupa di licenziamenti collettivi, consentiti in caso di trasformazione o riduzione dell'attività o del lavoro. Previsioni che in entrambi i casi si scontrerebbero con interpretazioni giurisprudenziali molto restrittive.
Il punto centrale del provvedimento è comunque la convinzione del governo che sia la scarsa possibilità di licenziare a rendere più difficile l'ingresso nel mondo del lavoro. Per Tito Boeri, professore ordinario di economia del lavoro alla Bocconi, si tratta però «di principi generici difficili da commentare. A me sembrano un paravento davanti al nulla, mentre servirebbe una proposta seria». Secondo Boeri invece per combattere il dualismo del mercato del lavoro italiano servirebbe l'introduzione «del contratto unico a tempo indeterminato e a tutele progressive, un modo per conciliare la fessibilità in ingresso richiesta dalle imprese con le esigenze di stabilità dei lavoratori».