ROMA - «L'euro non ha convinto nessuno». Silvio Berlusconi muove una pesante accusa alla moneta europea di fronte agli Stati generali del commercio estero, ma più tardi corregge il tiro: «L'euro è la nostra moneta, la nostra bandiera». Le sue parole, dice, sono state interpretate «in maniera maliziosa e distorta» per sollevare polemiche. Ma di fronte alla platea di imprenditori aveva aggiunto un carico da novanta, sostenendo che l'euro «è una moneta strana, attaccabile dalla speculazione internazionale, non è di un solo Paese, ma di tanti, che però non hanno un governo unitario, né una banca di riferimento e delle garanzie. E' un fenomeno mai visto, ecco perché c'è un attacco alla speculazione ed inoltre risulta problematico collocare i titoli del debito pubblico».
Pochi applausi riceve il premier dagli imprenditori che vogliono più sostegno dal governo per esportare all'Est. Anche le rassicurazioni sulle riforme che verranno avviate dopo la lettera d'intenti presentata a Bruxelles, non sembrano convincere la sala. L'annuncio che il governo «varerà, sotto la direzione dello Sviluppo economico e del ministero degli Esteri, un'Agenzia» del Commercio con l'estero, in luogo dell'Ice, riceve una tiepida approvazione. Poi cerca di spronare l'uditorio: «E' nei momenti di crisi che vengono fuori gli imprenditori di razza». Invita ad andare all'estero a raccontare barzellette. «Bisogna fare lezioni a tutti i nostri uomini all'estero sulle storielle da raccontare, perché una storiella pulisce dal pessimismo e dai pensieri tristi». Alcuni signori, escono dalla sala, scuotendo il capo, per nulla soddisfatti. Una signora esclama: «Che scandalo, che scandalo!». Lamentando che ci siano più annunci, che fatti concreti.
Ma Berlusconi dice molte cose, sia al Palazzo dei congressi all'Eur, sia durante la giornata, intervenendo con una telefonata a Canale5. Non ci sarà nessun voto anticipato nel 2012. «Bossi è un fedele alleato e la pensa come me. Il resto sono sogni dell'opposizione». Il governo tiene per i prossimi 18 mesi e «sono convinto che l'opposizione dovrà adeguarsi e ci renderà più facile la vita in Parlamento». Più tardi la pillola è meno dura e più formale: «L'opposizione non potrà sottrarsi a sostenere il pacchetto concordato con l'Europa». Sarebbe un danno gravissimo «far cadere il governo e aprire una campagna elettorale con un buco di governabilità». Il candidato del centrodestra per le prossime elezioni sarà scelto con le primarie, «su modello dei partiti americani, che coinvolgono tutti i cittadini che desiderano». Resta sottinteso: anche lui si sottoporrà al giudizio della scelta. Sul nome del partito, «è in corso una riflessione, ma non sarà Forza Silvio».
Vorrebbe che i sottosegretari fossero chiamati tutti, «col tempo», vice-ministri (com'è stata promossa, di recente, Catia Polidori, che fa gli onori di casa al meeting): così, spiega, il giro per il mondo conteranno di più. Vorrebbe lasciare, confida ancora , «ma se penso alle mie imprese, ai miei amici, ai miei figli nelle mani di una coalizione di sinistra, con gente che si chiama Bersani, Di Pietro e Vendola, mi sento dentro tutta la responsabilità a restare».
Con una lettera al Foglio spiega poi che per la riforma del mercato del lavoro seguirà la strada del «ddl presentato da un senatore dell'opposizione, il giuslavorista Pietro Ichino che, per aumentare la competitività del sistema Paese, prevede anche la riforma delle norme sui licenziamenti». Ma la polemica sui licenziamenti «è figlia di una cultura ottocentesca» ed è «un oltraggio all'intelligenza». Si va «dipanando una campagna fatta di ipocrisie e falsità». Difende gli imprenditori che «non sono padroni delle ferriere». Agli stessi imprenditori chiede però di non scendere in politica: «Dico che sono benvenuti, ma sapessero come è diversa la realtà politica». In ogni caso, lui non è pentito. Riconosce di essere «invecchiato» ma non è diventato diverso da quando cominciò e contava «56 mila collaboratori». Va riformata l'architettura istituzionale: se una legge non piace a Magistratura democratica, «un pm la porta davanti alla Consulta che essendo composta, per la maggioranza, da giudici di sinistra, boccia la legge». Il governo ha pochi poteri. Quando il Cdm vara una legge che appare un destriero, in Aula è trasformata in ippopotamo.