ROMA - La tesi è: con più flessibilità in uscita, gli imprenditori avranno meno remore ad assumere e quindi aumenterà l'occupazione. La riforma dei licenziamenti, promessa dal governo alla Ue, si inquadra in questo scenario. Ma, almeno a stare alle prime simulazioni, il binomio più flessibilità-più occupazione non è assolutamente detto che viaggi in parallelo. Alla Cgia di Mestre, l'associazione di artigiani che spesso impegna il suo ufficio studi a verificare con i numeri le varie tesi di politica economica, hanno fatto due calcoli. E il risultato è sorprendente: se già dal 2009 fosse entrata in vigore una norma sui licenziamenti individuali più facili per motivi economici, la disoccupazione nel nostro Paese sarebbe schizzata all'11,1% dall'attuale 8,2%. In due anni e mezzo sarebbe stato espulso dal mercato del lavoro un esercito di oltre settecentomila persone. Altro che causa-effetto, azione-reazione a favore dell'occupazione. Sarebbe stata una debacle.
Immediata la replica del ministero del Lavoro: «L'ipotesi del centro studi della Cgia di Mestre, guidato dal candidato del centrosinistra alla Presidenza della Regione Veneto, è destituita di ogni fondamento». Insomma è solo un attacco politico travestito da simulazione tecnica. Anche perché - spiega la nota del dicastero di via Flavia - la norma sui licenziamenti non viaggerà certo da sola, ma sarà inquadrata in un «consolidamento» dei sistema di protezione sociale. Si legge: «Ciò che l'Unione europea chiede all'Italia è una combinazione di maggiore flessibilità nella risoluzione del rapporti lavoro e di maggiore protezione del lavoratore. Tutte le ipotesi di adempimento di questa richiesta sono quindi rivolte a consolidare il sistema di ammortizzatori sociali, a partire da tutte quelle situazioni nelle quali può essere conservato il posto di lavoro attraverso la cassa integrazione e gli accordi collettivi che è intenzione del governo ancor più incoraggiare». Il comunicato conclude ricordando che tutte le simulazioni europee danno risultati opposti rispetto a quelli elaborati dalla Cgia di Mestre.
In effetti l'elaborazione dell'associazione degli artigiani mestrini parte da un presupposto un po' semplicistico: tutti i lavoratori dipendenti che dal 2009 a oggi sono stati messi in Cig a zero ore, con le nuove norme sarebbero stati licenziati. Gli ammortizzatori sociali sarebbero scattati solo dopo il licenziamento, ma data la crisi non avrebbero trovato più un lavoro, andando a incrementare i disoccupati. E' ovvio che non è detto che per tutti sarebbe andata così. E lo stesso segretario della Cgia di Mestre avverte: «Si tratta di un puro esercizio teorico».
Ciò nondimeno la simulazione ha contribuito ad aumentare le polemiche. E anche le preoccupazioni. «C'è il rischio di un autunno caldo che ci farebbe tornare indietro», mette in guardia il presidente della Camera, nonché leader di Fli, Gianfranco Fini, ricordando la necessità di un confronto con le parti sociali. Secondo Fini «se si tende solo a favorire la possibilità di licenziare c'è il rischio di veder moltiplicare il tasso di disoccupazione». «Berlusconi deve fare marcia indietro» intima il capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera, Cesare Damiano. «Stabilire il licenziamento per criteri economici significa riportare all'Ottocento i rapporti di lavoro» accusa l'Italia dei Valori. Un'apertura arriva invece dall'Udc di Pier Ferdinando Casini, ma a una condizione: la riforma dei licenziamenti sia accompagnata da un paracadute, un ammortizzatore sociale come il salario minimo. Per i sindacati le elaborazioni della Cgia di Mestre sono una conferma. La Cgil avverte: «Questi dati dimostrano che con i licenziamenti non si crea nuova occupazione. La nostra reazione sarà dura perché il Paese non ci sta e si ribellerà».