ROMA. «Un codice del lavoro semplificato, composto di 70 articoli molto chiari e facilmente traducibili in inglese, suscettibili di applicarsi a tutta l'area del lavoro dipendente. Così si supera il dualismo fra protetti e non protetti nel mercato del lavoro».
«Con un nuovo "diritto del lavoro unico", che per la parte relativa ai licenziamenti si applichi soltanto ai rapporti di lavoro nuovi». E che per i licenziati preveda sostegni al reddito anche fino a tre anni. Parte da qui la proposta di riforma di Pietro Ichino, il giuslavorista e senatore del Pd che si è rivolto a Berlusconi con un preciso invito a «cambiare assieme l'articolo 18». Un articolo «superato», spiega Ichino, «perché oggi la metà dei lavoratori non è protetta e ci vogliono nuove garanzie».
Il ddl Ichino, presentato due anni fa in Senato da un vasto schieramento bipartisan, ha trovato sponda nel governo alle prese con il diktat della Ue. «Ripartiamo da qui», ha detto ieri il ministro Sacconi accodandosi alle dichiarazioni del coordinatore Pdl Fabrizio Cicchitto e del collega di partito Maurizio Gasparri. Ma per discutere di un nuovo sistema in cui tutti siano garanti e nessuno sia inamovibile, afferma l'economista del Pd, è necessario «sgomberare il campo dagli equivoci che inquinano il dibattito» e sperare che l' esecutivo «faccia sul serio e resti in piedi, cose entrambe delle quali è lecito dubitare».
Il riferimento è all'allarme diffuso dalla Cgia di Mestre secondo la quale la modifica delle norme sui licenziamenti avrebbe fatto schizzare il tasso di disoccupazione all'11 per cento. «Il discorso della Cgia si riferisce a un'ipotesi diversa da quella di cui oggi si deve discutere: cioè all'ipotesi di una liberalizzazione secca dei licenziamenti applicabile a tutti i rapporti già esistenti», aggiunge Ichino per il quale anche il no compatto dei sindacati «è conseguenza del modo improvvisato e impreciso con cui nei giorni scorsi il governo ha affrontato una questione di per sé ansiogena». Un atteggiamento che cambierebbe se venisse chiarito «in modo univoco, che non si intende modificare la disciplina dei licenziamenti applicabile ai rapporti stabili già esistenti».
Ciònonostante, osserva Ichino, sarebbe bene se anche i sindacati «invece di stabilire dei tabù, entrassero nel merito delle questioni indicando punti di consenso e di dissenso e soprattutto soluzioni alternative».
I sindacati però restano sul piede di guerra ed anzi sembrano pronti a ricompattarsi. Il segretario della Cgil Susanna Camusso ha confermato che sono in corso prove di dialogo e che in settimana ci sarà un incontro con i leader di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti. «Se il governo dovesse procedere rispetto agli annunci ci sarà lo sciopero generale», ha detto ieri Camusso.
Sulla proposta Ichino si spacca anche lo stesso schieramento dei democratici. «La disponibilità espressa da qualche parlamentare del Pd su una ulteriore facilitazione dei licenziamenti è a titolo esclusivamente personale. Non vi può essere alcuna intesa bipartisan su tale proposta per la semplice ragione che è sbagliata, ideologica, dannosa per la crescita, finalizzata ad indebolire ulteriormente la capacità negoziale dei lavoratori, quindi a ridurre le retribuzioni e peggiorare le condizioni di lavoro di padri presunti garantiti e figli drammaticamente precari», commenta il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina. Ma un no a Sacconi, arriva anche dal capogruppo Fli Benedetto Della Vedova che pur condividendo il ddl Ichino non si fida «della conversione sulla via di Damasco di un governo che per tre anni ha fatto l'opposto».