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Pescara, 14/04/2026
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Data: 31/10/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
«Troppe promesse a vuoto all'estero non si fidano più». Fini: Terrorismo? Se Sacconi non ha elementi, parole gravi

ROMA - Dagli affondi contro l'euro del presidente del Consiglio alle accuse di «euro-patacca» rilanciate dalle file della maggioranza, che ne è stato di quell'Italia-locomotiva dell'Unione europea di appena dieci anni fa, presidente Fini?
«Purtroppo è innegabile che in Italia si sia molto attenuato lo spirito europeista e la crisi economica è stata solo l'ultimo anello di una catena. Ho l'impressione invece che qualcuno, soprattutto nella maggioranza, tenda a scaricare sull'Ue il peso di scelte che in realtà dovevano essere fatte in modo autonomo e già da tempo da parte della nostra classe dirigente. Tra l'altro ipotizzare il ritorno alle divise nazionali è fuori dalla storia. I tedeschi, che avrebbero la moneta nazionale più apprezzata, sono i primi che hanno capito che finirebbero per non esportare più nulla con un marco sovrastimato. Sono tutte pulsioni antieuropee tese a trovare un nemico di comodo».
Sul nostro giornale ieri Prodi denunciava una crisi di fiducia del sistema finanziario internazionale nei confronti del nostro governo. E molti commentatori in queste settimane hanno segnalato un crescente isolamento del nostro Paese. Lei coglie questa stessa preoccupazione?
«Mi spiace dirlo perché è pur sempre il governo del mio Paese, ma non c'è ombra di dubbio che la credibilità internazionale dell'esecutivo sia molto bassa. Non c'è, badi bene, sfiducia nei confronti del sistema-Italia, tanto che da più parti si mette in evidenza il ruolo delle istituzioni, con riferimento esplicito al capo dello Stato, e le potenzialità che la nostra economia ha di ripresa. Non siamo certo la Grecia, abbiamo dei fondamentali molto più competitivi. Purtroppo c'è una ormai dichiarata sfiducia nei confronti di chi regge le sorti del governo».
A cosa attribuisce questa sfiducia nei confronti di Berlusconi?
«In primo luogo allo scetticismo per le tante promesse mai mantenute, e a lungo andare questo è un prezzo che si paga».
Il segretario del Pdl Alfano, proprio per dar maggiore forza alle promesse all'Europa, ha annunciato sul Messaggero che le leve dell'agenda europea verranno d'ora in poi concentrate a palazzo Chigi.
«È notorio che per molto tempo il premier ha di fatto delegato il ministro Tremonti a gestire in modo pressoché esclusivo la politica economica e finanziaria, con tutta una serie di questioni che sono poi sfociate in un rapporto conflittuale tra Tremonti e gli altri ministri, nessuno escluso. Berlusconi non ha mai voluto assumersi l'onere di indicare lui quali scelte di governo fossero prioritarie, lasciando Tremonti a tagliare in modo indifferenziato. Ora cade nell'estremo opposto. Il semplice fatto che Tremonti si sia completamente defilato dalla partita con Bruxelles e che quella lettera d'impegni sia stata firmata dal solo presidente del Consiglio, nella realtà italiana rappresenta un segno di assoluta discontinuità rispetto ai tre anni precedenti. Squilibrio c'era prima, squilibrio c'è ora. Per come conosco io Tremonti, è un uomo che crede nelle cose che fa e non penso che accetterebbe a cuor leggero decisioni che andassero in direzione opposta alla politica che lui ha tenuto in questi anni. In particolare sull'obbligo tassativo di tenere i conti pubblici sotto controllo».
Il tema che sta più agitando il dibattito di queste ore è quello dei licenziamenti. Lei ha già espresso critiche a questa ipotesi di riforma del lavoro, perché?
«Prima considerazione: dopo tre anni di legislatura il governo pare orientato a intervenire, nei tre anni precedenti evidentemente non la considerava una priorità. Secondo: non è vero che l'Ue ci impone qualcosa, ci chiede solo di riorganizzare il mercato dell'occupazione. Non avendo fatto nulla prima, ora si pensa di recuperare il tempo perduto agendo con la clava invece che attraverso quel doveroso confronto con le parti sociali che su un tema come questo è l'unica garanzia per evitare l'autunno caldo e lo scontro. Nel merito, aspetto di vedere cosa scriveranno nel ddl. L'eventuale possibilità di non rispettare l'art.18 varrebbe solo per i neoassunti, come propone Ichino? E quindi non più contratti a termine, ma contratti a tempo indeterminato? Se così è, parliamone: già oggi nessuna azienda assume a tempo indeterminato, allora questo della flessibilità in uscita, con alcuni ammortizzatori, è un ragionamento che si può fare. Poiché però mi pare di aver capito che invece rimarrebbero anche i contratti a tempo e, con buona pace di Sacconi, l'enorme sacca di precariato, aggiungendo per chi è già dipendente la possibilità di essere licenziato, allora ecco che la questione sì diventa potenzialmente esplosiva».
Proprio Sacconi lancia un nuovo allarme terrorismo.
«Tenere alta la guardia contro il terrorismo è impegno di tutti, dai sindacati alla unanimità delle forze politiche. Se Sacconi non ha qualche elemento più concreto, le sue parole sono gravi e spero che nei prossimi giorni spieghi meglio il suo pensiero».
Il prossimo passo del governo sarà ora presentarsi alle Camere per trasformare le promesse all'Ue in misure concrete. Ma da alcuni mesi il Parlamento è di fatto paralizzato, tanto che la maggioranza ha ritirato tutta una serie di provvedimenti per il rischio che finissero bocciati. Una impasse senza precedenti.
«Intanto è positivo che Berlusconi intenda mettere a parte le Camere: meglio tardi che mai. Quanto al Parlamento bloccato, dopo quanto accaduto un anno fa questa è una maggioranza risicatissima in termini numerici e quindi viene approvato solo ciò su cui viene posta la fiducia».
E infatti Berlusconi già parla di metterla anche sul pacchetto europeo. Come la valuta?
«E' l'arma della disperazione. Sa che senza rischia di non veder approvati neppure i primi provvedimenti, che verosimilmente sono anche quelli a minor impatto sociale, come le tante volte annunciate dismissioni. Con la fiducia Berlusconi dimostra una volta di più la sua debolezza e di non avere una maggioranza solida alle spalle, e questo potrebbe influenzare negativamente i mercati. Io non so se esista davvero quella lettera di alcuni scontenti del Pdl di cui tanto si è parlato, ma che ci sia un forte malcontento e imbarazzo nelle file della maggioranza è un fatto».
L'aula della Camera la settimana scorsa è stato scena di una brutta rissa, con la Lega che ha reclamato le sue dimissioni a causa del suo ruolo politico nel Fli. In quell'occasione lei disse che avrebbe risposto in altra sede. Vuol farlo qui, adesso?
«Alcuni episodi parlamentari deprecabili non sono una novità di questa legislatura, fanno parte della vita parlamentare e non solo in Italia. Quanto al mio ruolo, mio preciso dovere è presiedere un modo imparziale e il fatto di essere stato contestato a fasi alterne dalla maggioranza come dall'opposizione credo lo dimostri. Poi se nella maggioranza qualcuno pensava che il presidente della Camera dovesse essere una sorta di esecutore delle volontà della medesima, ha dovuto ricredersi. E rivendico il mio diritto politico come ogni deputato di dire fuori dall'Aula come la penso».
I suoi predecessori, Casini e Bertinotti, però, lasciarono la guida dei rispettivi partiti al momento dell'elezione alla presidenza di Montecitorio. Lei, già presidente, l'ha addirittura fondato, un partito.
«Perché è evidente che quello che è accaduto in questa legislatura non era mai accaduto prima. Non era mai accaduto ad alcuno di essere espulso dal partito che aveva contribuito a fondare, e non era mai accaduto che ci fosse un contrasto quotidiano tra il presidente del Consiglio e altri organismi costituzionali, a partire dalla magistratura sfiorando financo il Quirinale. Una situazione anomala a dir poco, e non credo che il ruolo politico che fuori dall'aula ha il presidente della Camera sia la più grave delle anomalie in questo momento».
Venendo alla politica, Bersani ha ipotizzato un patto di legislatura, in caso di nuove elezioni, della sinistra con il Terzo Polo. Lei come valuta questa ipotesi?
«Il Terzo Polo, e so di parlare a nome anche di Casini e Rutelli, ha chiaro che dobbiamo smetterla definitivamente con la logica di alleanze fatte contro qualcuno o qualcosa, prescindendo dai contenuti programmatici. Le ultime legislature hanno dimostrato che ci si deve mettere insieme per fare qualcosa non contro, o non si va da nessuna parte. E le dirò di più, per fare un qualcosa che non venga presentato agli elettori come un libro dei sogni. O si entra in questa fase nuova, però, o non usciamo dall'impasse in cui si trova il nostro bipolarismo
Ma il Terzo Polo difficilmente avrebbe i numeri per governare da solo.
«Certamente il Terzo Polo si presenterà da solo agli elettori, dopodiché confidiamo sulla capacità degli italiani di comprendere che serve un'alternativa sui contenuti. Per quello che valgono, anche i sondaggi dicono che c'è una crescita costante del Terzo Polo. Naturalmente, molto dipenderà anche dalla legge elettorale. Il mio auspicio è che si reintroduca la possibilità per l'elettore di scegliere i propri rappresentanti, mettendo fine a questa irresponsabilità di fatto degli eletti di fronte agli elettori».
Nei prossimi tre mesi lei vede lo stesso governo di oggi, ne vede uno di larghe intese o vede le elezioni?
«Io le dico che cosa auspico: un nuovo esecutivo, con una maggioranza che inevitabilmente deve essere composta da chi ha vinto le elezioni con un altro presidente del Consiglio, allargata a tutti coloro che condividono quelle due o tre riforme indifferibili da qui alla fine della legislatura. Allo stesso tempo le dico che questa ipotesi, che sarebbe la più ragionevole e la più utile per l'interesse nazionale, ha scarsissime probabilità di avverarsi per l'ostinazione di Berlusconi a rimanere a Palazzo Chigi. Quindi delle due l'una: o il governo continua a galleggiare fino al 2013, o si vota a primavera».

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