Sono soddisfazioni se li carichi in macchina fino a Roma e alla fine il generale ti risponde vedremo, perchè poi nel viaggio di ritorno sarà stato il brivido sarà stata la lusinga o quello spiraglio là aperto dall'ufficiale, senti che la caserma gliela potresti fare pure in testa e loro ti direbbero grazie. E' il copyright di Luciano D'Alfonso che ascolta, convince e assolve senza penitenze o avemarie: e lui che va sostenendo da una vita che le opere mica si possono fare sulla testa dei cittadini, che ci vuole dialogo e capacità di ascolto, l'altro giorno la gente del comitato che la caserma della finanza sulla strada parco non ce la vuole, se l'è portata direttamente dal generale Pappa. Anche Prodi d'altronde per trarsi d'impaccio sulla Tav se l'è cavata allo stesso modo: dialogo, ma molto tempo dopo D'Alfonso.
Fatto sta che a Pescara i comitati proliferano, pro e contro caserme, filovie, concerti sul mare. Sono quelli del Nimby, not in my backyard, non nel mio giardino: una sindrome che in Italia si manifesta nel 90 per cento dei nuovi progetti. Che se vai a indagare scopri che sono come al Parlamento, maggioranza e opposizione: non per niente per la caserma dei Carabinieri ce n'erano due, uno pro l'altro contro. Così per la filovia, quelli del no di Sorgentone e quelli del sì di Torlontano e di viale Bovio. Per metterli d'accordo, per non scontentare nessuno per evitare rotture o figuracce, l'equilibrismo dalfonsiano non basta. Salti mortali, ci vorrebbero. Per fortuna che per molte di queste opere il tempo è galantuomo.
Serve il dialogo, spiegano a Palazzo di città e non solo per una questione di stile. «Per evitare i contenziosi ma anche per coinvolgere i cittadini nella manutenzione delle opere», che è il pallino del primo cittadino, ci mancherebbe altro che un palazzo nuovo venisse attaccato dai vandali sotto gli occhi compiaciuti di qualche residente. Finora non è mai accaduto, nessuna opera è stata realizzata contro la volontà dei cittadini e l'esempio più alto del compromesso storico raggiunto da D'Alfonso è quel viottolo tra i due comparti della pineta chiuso nei giorni festivi o il referendum popolare sul circolo Aternino, vera sublimazione del consenso a ogni costo. D'altronde lui Luciano D'Alfonso con un comitato ha dovuto farci i conti subito, quello che gli ha fatto andare di traverso la candidatura alla Regione ma che non faceva certo parte dei Nimby. Girotondini, cittadini infervorati, signore ammaliate: un partito del no in cui si fondevano ragioni ideali, perchè la città non si poteva abbandonare così presto e gli impegni sono impegni, e quelle più folkloristiche della folla adorante. Tra i primi c'era Guglielmo Di Pasqua, da sempre animatore dei girotondini abruzzesi: «Dietro molti dei comitati ci sono meri interessi di bottega, che per il D'Alfonso abile persuasore è facilissimo manovrare. Il problema è che da tempo a Pescara si assiste a una rarefazione della partecipazione cittadina più nobile e disinteressata, e tutto perchè mi sembra che non ci siano più uomini liberi: tutti intrappolati nella rete di clientele che in tre anni il centrosinistra è riuscito a rimettere in piedi». L'interesse prima di ogni altra cosa, perchè in fondo la cosiddetta pancia della città è sempre la stessa, con vizi e virtù. «A dispetto dei grandi slogan coniati da qualche assessore - continua Di Pasqua - come Pescara porta del Mediterraneo, mi sembra che ci si muova solo per interessi particolari». E così se per un attimo la cittadinanza attiva sembra svegliarsi, un attimo dopo scompare, risucchiata dal richiamo all'ordine. Dalla lusinga del potere, e del dialogo.
Non c'entra niente che il leader del comitato per la strada parco che in effetti è un'associazione, alla fine sia diventato consulente del Comune per il piano spiaggia. E' solo un esempio del confronto che Palazzo di città cerca con i comitati, a qualunque costo. Mario Sorgentone porta avanti la sua battaglia con la schiena dritta, barricate mai ma argomenti, quelli sì. «Siamo professionisti, gente perbene, un migliaio di adesioni per un progetto che tende a migliorare la qualità della vita non solo nel nostro quartiere - spiega l'ingegnere - Per noi insomma non esiste solo il no alla filovia» che però è inutile, dannosa, costosa, «la nostra arma è il tentativo di persuasione costante che mettiamo in atto per convincere Gtm e enti locali che la filovia così com'è non serve a nessuno». Ma se dovesse andare male, se alla fine i primi pali elettrici dovessero essere piantati, allora amen. «Continueremo però a lottare, magari ricorreremo alla Corte dei Conti», magari. L'importante, per dirla con D'Alfonso, è che non ci vada di mezzo lui. Specie se dovrà fare il sindaco per un altro mandato.