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Pescara, 14/04/2026
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Data: 05/11/2011
Testata giornalistica: Il Centro
La Cgil: rimodulare il carico fiscale. Il sindacato più rappresentativo dei lavoratori invoca maggiore equità a cominciare dall'addizionale Irpef

Ma i timori più forti riguardano le ricadute del federalismo in Abruzzo

PESCARA. Rimodulare il carico fiscale sui contribuenti, e soprattutto chiedersi cosa accadrà in Abruzzo con la riforma del federalismo. Sono i punti sui quali s'interroga il principale sindacato dei lavoratori, anche perché le risposte non sono arrivate dalla lettura del nuovo documento di programmazione economica e finanziaria della Regione. «La pressione fiscale è centrale», rimarca Alessandra Genco, della segreteria regionale Cgil, «e rischia di aggravarsi con l'avvento del federalismo. Va chiarito il capitolo dell'addizionale Irpef, che in Abruzzo è applicata al tetto massimo (1,4 per cento) indistintamente per tutti i redditi, così com'è importante la questione tariffaria. Regioni come Piemonte, Emilia e Marche, hanno previsto una modulazione dell'aliquota Irpef in base al reddito con l'obiettivo di salvaguardare l'equità fiscale in un momento di grande incertezza per l'economia e la tenuta dei posti di lavoro».
Il principio che la Cgil vuole portare sul tavolo del confronto con il governo regionale è: chi più ha più paga. A incutere forti timori sono le previsioni degli osservatori economici. «E' evidente», riprende Genco, «che con il federalismo ci sarà un grande cambiamento: per esempio, ripartendo dall'addizionale Irpef che oggi è tenuta ai massimali in Abruzzo, con il federalismo potrebbe scattare un aumento nel 2014 e un altro ancora nel 2015 nel caso se ne presentasse la necessità, così da arrivare, nell'ipotesi peggiore, al raddoppio della pressione fiscale».
L'addizionale non è l'unico pericolo incombente su imprese e cittadini. «Con la riforma del federalismo», ricorda Genco, «si prevede che il fondo perequativo potrà scattare soltanto a partire dal 2018». L'applicazione del principio di perequazione mira a ridurre le differenze tra le regioni con diverse capacità fiscali per abitante e garantisce l'integrale copertura delle spese corrispondenti al fabbisogno standard per i livelli essenziali delle prestazioni.
«In Abruzzo», spiega Genco, «il nodo riguarda la sanità, che assorbe quasi del tutto le risorse del bilancio regionale. Ma con il federalismo si passerà dalla spesa storica alla spesa standard. Così, una volta stabilito qual è lo standard per un determinato servizio, quello diventerà il costo». Il federalismo, pur essendo per il momento sprovvisto di decreti attuativi, introduce due fondi perequativi: uno alimentato dall'Iva, e sarà riservato alle funzioni fondamentali dell'amministrazione (assistenza, istruzione); un altro, sarà invece alimentato dall'Irpef e riguarderà le funzioni cosiddette non fondamentali (opere pubbliche, turismo). «Secondo calcoli fatti a marzo», rileva Genco, «sulle funzioni non fondamentali c'è bisogno in Abruzzo di 15 miliardi, ma nel momento in cui partirà il federalismo il fondo perequativo ne potrà coprire soltanto quattro. Ci chiediamo come la Regione pensa, attraverso questo Dpfer 2012-14, di risolvere il passaggio al federalismo perché nel documento è riportato solo il testo della legge, senza alcuna proiezione su quelli che potranno essere gli effetti della riforma in Abruzzo».
Ma le conseguenze del federalismo non saranno circoscritte ai conti della amministrazione regionale. Oltre all'autonomia fiscale della Regione è prevista anche quella di altri enti locali, a cominciare dai Comuni. «Tra il 2004 e il 2009», annota Genco, «le tariffe dei Comuni sono cresciute in media del 3,5 per cento ogni anno. I servizi idrici sono aumentati del 5% e i rifiuti del 29%. Tra il 2010 e il 2011, sono diventate più care le rette di asili, mense scolastiche, piscine e trasporti. Inoltre è stato reintrodotto il ticket sanitario di 10 euro, mentre il bollo auto è aumentato per coprire la quota del debito della sanità sottratta dalle accise sui carburanti».
La Cgil sottolinea che il carico fiscale va considerato complessivamente ed è importante ragionare oggi su come distribuirlo. A meno che non si voglia far pagare sempre ai soliti noti: lavoratori dipendenti, pensionati, giovani e donne.
«Con l'introduzione dell'Imu», riprende Genco, «l'imposta municipale unica che sostituirà Ici e Irpef fondiario, si avrà una base di partenza ipotizzata tra il 7,6 e il 10,6 per mille. In questo caso, a essere più penalizzate saranno le aziende perché gli immobili destinati alla produzione sono oggi tassati al 50%, mentre con l'Imu si pagherà molto di più. Il problema è che così mettiamo in ginocchio tutti, contribuenti e imprese. Ecco perché nell'ottica del federalismo bisogna fare un discorso serio, perché se fino a qualche tempo fa si diceva che le famiglie non arrivavano alla terza settimana del mese, e già oggi sono tanti a non arrivare neppure alla prima, con il federalismo, si prevedono aumenti impressionanti. Ma di tutto questo non vi è traccia nel Dpfer».

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