ROMA - «Sono scesi a 309, forse a 308 deputati. A questo punto Berlusconi deve prendere atto di non avere più la maggioranza e guidare la transizione verso un nuovo governo con un nuovo premier». Roberto Antonione e Luciano Sardelli, impegnati da giorni ad arruolare i dissidenti della maggioranza in tandem con il segretario centrista Lorenzo Cesa, sono convinti di avere in mano lo scalpo del Cavaliere. E martedì, in occasione del voto della Camera sul rendiconto dello Stato già bocciato in ottobre, sperano di costringere Berlusconi alle dimissioni «di fronte alla forza dei numeri». «La strada dello sfiducia si è rivelata in questi mesi spesso perdente», sospira Sardelli. Eppure, se il premier non dovesse passare la mano come ha annunciato ancora ieri («non mi dimetto, la maggioranza c'è»), proprio martedì il Pd, l'Udc e l'Idv dovrebbero presentare una mozione di sfiducia costruttiva. Un documento con cui verrà indicato l'impegno a un governo di responsabilità e di salvezza nazionale: una sorta di prove generali per un esecutivo del Presidente. Il nome più gettonato per palazzo Chigi: Mario Monti, economista di livello europeo.
Che per Berlusconi tiri una brutta aria è confermato dalle parole di Roberto Formigoni. Il governatore lombardo del Pdl dice proprio ciò che il Cavaliere non vorrebbe sentire: «La maggioranza è troppo risicata. Silvio dia vita a un governo diverso con altre forze politiche, indicando personalmente chi guiderà il nuovo esecutivo. Le elezioni anticipate ora sarebbero una strada sbagliata». Più o meno le parole di Antonione e degli altri dissidenti che sperano in un esecutivo, aperto al Terzo Polo, guidato da Gianni Letta o da Angelino Alfano. Operazione però non semplicissima visto il no della Lega.
Ma non è solo Formigoni. Il patto politico su cui si regge l'attuale governo sembra sgretolarsi. Ed è il segnale più allarmante per Berlusconi. La controprova arriva da Francesco Stagno d'Alcontres. «Io non voto più alcuna fiducia», tuona il deputato siciliano del Pdl da qualche tempo nel gruppo misto con il Grande Sud di Gianfranco Micciché. Motivo: «Sono stati fermati i 190 milioni stanziati dall'esecutivo per l'alluvione di Giampilieri del 2009 dove morirono 39 persone. Non possiamo accettare che i nostri morti siano di serie B».
Attenzione, nel pallottoliere di Montecitorio Stagno d'Alcontres non era stato neppure conteggiato. Era, insomma, per ora sfuggito dai radar del «grande persuasore» Denis Verdini. E se si somma Stagno d'Alcontres ai nomi di coloro che il 14 ottobre avevano votato la fiducia e ora sembrano determinati a non votarla più, si scopre che la maggioranza passa da 317 (con l'arrivo di Luca D'Alessandro al posto dello scomparso Pietro Franzoso) a 308-309 deputati. I conti? Ai 317 bisogna sottrarre Alessio Bonciani e Ida D'Ippolito passati giovedì dal Pdl all'Udc. Più Pippo Gianni e Michele Pisacane che dal Pid di Saverio Romano dovrebbero tornare anche loro nella casa madre dell'Udc. Più Antonio Milo (vicino a Sardelli) e Antonione, Giancarlo Pittelli e Isabella Bertolini. Infine, appunto, Stagno d'Alcontres.
Una pattuglia di nove che secondo i dissidenti dovrebbe far scattare «l'effetto smottamento» nella maggioranza. Così, mentre Giorgio Stracquadanio e Maurizio Paniz (che pure avevano chiesto il passo indietro a Berlusconi) sembrano tornati nei ranghi del Pdl, sono dati per partenti Emerenzio Barbieri, Roberto Speciale, Roberto Tortoli, Giancarlo Mazzucca; gli ex Fli Adolfo Urso e Pippo Scalia («abbiamo chiesto le grandi riforme, ma queste non arrivano») e gli scajoliani Ignazio Abrignani, Piero Testoni, Paolo Russo. In caso di frana, martedì, si unirebbero al progetto di un governo del Presidente - secondo altre indiscrezioni - Maurizio Scelli, Francesco Nucara, Giuliano Cazzola e gli ex Responsabili passati nel Misto Elio Belcastro, Arturo Iannaccone, Americo Porfidia. C'è anche chi indica in partenza malpancisti di vecchia data come Antonio Martino (tessera numero due di Forza Italia), Giuseppe Moles, Deborah Bergamini, Gabriella Carlucci. Ma nessuno è disposto a metterci la mano sul fuoco. Anzi. «Tutto cambia di ora in ora, ma anche se solo la metà di questi amici saluta la maggioranza», azzarda un dissidente, «Berlusconi non arriva neppure a quota 300. E già ci sarebbero i numeri per il governo di salvezza nazionale».