La storia è maestra di vita e, a sorpresa, c'entra sempre. C'entra anche se, come in questo caso, si parla di acqua e di pioggia. Si parla di alluvioni, come quella che ha sconvolto Genova seminando distruzione e morte. Un dramma che Pescara ha già vissuto nel '92, e successivamente con fenomeni per fortuna meno gravi, ma che rischia di rivivere oggi con una temuta terribile esondazione del fiume. Per spiegarne le origini e suggerire la cura il professor Uberto Crescenti, geologo e docente all'Università d'Annunzio, parte proprio dalla storia.
Professor Crescenti, dal suo osservatorio privilegiato, quanto c'è da temere la furia del nostro fiume?
«Per comprendere il fenomeno occorre rileggere la storia del comportamento del territorio. Dev'essere quella la nostra strada maestra - dice il professore - perché è osservando e analizzando il modo in cui la nostra terra ha reagito a fenomeni precedenti che si comprendono le cause e si valutano meglio i rischi di oggi. Lo stesso discorso vale anche per Genova, che già nel 1970 contò delle vittime per un'alluvione. Vale per tutti».
A Pescara esiste un registro di certi eventi?
«La soglia di pericolo nella nostra città è sempre stata alta ed è ancora la storia a insegnarcelo. Intendo dire che qui da noi l'alluvione è di casa e certi precedenti, penso a quello del '92, dovrebbero essere d'insegnamento. Per meglio comprendere le cause basti pensare a come è nata l'area di Porta Nuova: quella porzione di città, che oggi corrisponde a mezza Pescara, è sorta su terreno depositato lì dalle piene, lo dimostrano i palazzi a volte basculanti le cui fondamenta poggiano su terra di riporto fluviale, cioè portata lì dal fiume. Non ci si fa quasi più caso perché è tutto urbanizzato».
C'è Porta Nuova ma ci sono anche i Colli, da San Silvestro fino al confine con Montesilvano, dove pure la mano dell'uomo - diciamo meglio dei costruttori - non c'è andata leggera nel divorare il territorio, non crede?
«In città è il fiume, più dei Colli, a spaventare - seguita il professor Crescenti -. Ai Colli non ci sono particolari emergenze di frane, o meglio esistono delle cicatrici ma si tratta pur sempre di zone rispettate e nelle quali qualche intervento è stato realizzato».
Duque torniamo al fiume e a Porta Nuova. E agli insegnamenti della storia...
«Il vero nodo della questione è nel fatto che si è persa la manutenzione del territorio, sia come atto pratico che culturale. Il fiume merita rispetto, il territorio è vivo, non è immutabile come si vorrebbe far credere, e non lo si può trattare male. Non è un canale realizzato dall'uomo che da solo può imbrigliare un corso d'acqua. Purtroppo non si fanno più interventi di prevenzione, ovvero non abbastanza, e così succede che se non si è lavorato come si deve basta un normale acquazzone a determinare conseguenze da calamità naturale. Salvo poi disperarci e fare mea culpa».
Professor Crescenti, cos'andrebbe fatto a Porta Nuova e più in generale nella zona del fiume in tema di prevenzione da allagamenti?
«Per cominciare dovremmo limitare l'uso massiccio del territorio così come l'abbiamo visto fare in questi anni. Non c'è più area di rispetto, al di là dell'argine, mentre invece un fiume dovrebbe poter espandersi. Una volta c'erano le campagne e l'acqua si estendeva e disperdeva nelle sue tre fasi naturali: l'acqua penetra, scorre, evapora. Ma se tutto è cementato allora lo sfogo non può che essere distruttivo. Dunque, ecco cosa fare: il fiume va subito dragato per favorire il deflusso dell'acqua verso il mare aperto e va anche ripulita l'asta fluviale da tronchi e altro materiale. La pulizia delle fogne e dei tombini, ovvero la manutenzione degli impianti fognari è un altro aspetto fondamentale».