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Data: 07/11/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
Politica in fermento - Berlusconi certo dei numeri ma Maroni: maggioranza finita. Il leghista: inutile accanirsi così non duriamo, evitiamo la fine di Prodi

ROMA - «La maggioranza non c'è più ed è inutile accanirsi». Alle nove della sera Roberto Maroni smonta l'ottimismo professato per tutto il giorno da Silvio Berlusconi, secondo il quale la maggioranza «ha numeri certi», l'ho «verificato», quindi «avanti tutta». In tv da Fabio Fazio, il ministro leghista è crudamente franco: «Il problema serio è dentro il Pdl, quindi o il Pdl riesce a ricompattare le fila oppure dovremo prendere atto che non c'è più la maggioranza. Io ho grande stima e amicizia per Alfano e sono certo che lui si rende conto della gravità della situazione e mi auguro ci sia una iniziativa per evitare di arrivare in parlamento a fare la fine di Prodi». E ancora: «Il governo così non dura. E per un governo con una maggioranza diversa noi non siamo a disposizione. Per cui se ci sarà una maggioranza bene, se no ne prenderemo atto e a quel punto secondo me la strada è quella delle elezioni, sapendo che si può votare anche a gennaio». Andrea Ronchi condivide assolutamente il Maroni-pensiero: «Se questa maggioranza non dovesse più essere tale allora il ricorso alle urne sarebbe l'unica via percorribile».
Tutt'altra linea rispetto al Cavaliere, secondo il quale il governo non può cadere. Niente larghe intese o governi alternativi con un «premier fantoccio», anche perché nessuno «è in grado di mettere insieme una credibile maggioranza alternativa». Berlusconi batte sempre sullo stesso tasto, malgrado gli annunci di sempre nuovi deputati Pdl pronti a staccarsi. E la tensione sale in vista del voto di martedì sul Rendiconto.
Ma l'umore del premier, testimoniato da una telefonata alla convention di organizzata da Silvano Moffa, tende all'ottimismo nonostante i segnali di burrasca. D'altronde è lui stesso ad avvertire di smetterla «di essere pessimisti e piangerci addosso, non dobbiamo dare retta alla stampa disfattista e catastrofista». Fa un appello alle opposizioni per approvare le misure anti-crisi, assunte di fronte all'Europa. «Votino insieme a noi, in Parlamento, le riforme presentate a Bruxelles e apprezzate da tutti nella Ue». Poi, dimenticando la richiesta di salvataggio, sferra un attacco al centrosinistra. «Non si può lasciare il Paese in mano a Bersani, Di Pietro e Vendola». Vuole recuperare anche i disobbedienti del Pdl, anche se non esita a chiamarli traditori.
Bisogna fronteggiare, incalza, una «duplice» minaccia: quella della speculazione sui mercati e quella «di chi specula politicamente sulla crisi» per cercare «una scorciatoia e arrivare così al potere». Quelli che abbandonano la maggioranza «compiono un atto di tradimento, non verso di noi, ma verso il Paese». Però lui ha fatto una lunga verifica e i numeri ci sono, assicura. Chi vota contro si assumerà una grave responsabilità. Perché, «nei periodi più difficili», le democrazie si ricompattano «per superare l'emergenza», pur nella distinzione tra maggioranza e opposizione». Sarebbe necessario farlo anche in Italia, ma qui «si risvegliano i vizi peggiori della vecchia politica».

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