ROMA Ancora una fumata nera per i provvedimenti sullo sviluppo. Il testo del maxi-emendamento atteso per ieri con tutta probabilità non arriverà nemmeno oggi, ma solo nella giornata di domani. Le motivazioni del ritardo sono decisamente più politiche che tecniche: è vero che al ministero dell'Economia tocca il compito di limare il testo, in particolare per renderlo compatibile con le regole della sessione di bilancio, ma è anche vero che come ha spiegato lo stesso Antonio Azzollini, presidente della commissione Bilancio di Palazzo Madama, per vedere le proposte nero su bianco bisognerà attendere la conclusione della partita sul Rendiconto dello Stato, alla Camera.
Al momento comunque il quadro delle misure è grosso modo quello già emerso nei giorni scorsi, con la possibilità di qualche aggiunta dell'ultimo momento da parte del dicastero guidato da Tremonti, in particolare in materia fiscale. Per il resto, si cercherà di impostare per quanto possibile il testo secondo lo schema della lettera a Bruxelles, in particolare, secondo quanto ha spiegato il sottosegretario Gentile, su 5-6 temi. Non ci saranno invece i temi caldi dei licenziamenti e delle pensioni (sul primo punto il governo si è detto pronto ad aprire una trattativa con le parti sociali).
Vanno sicuramente nella direzione richiesta da Bruxelles, quella dell'apertura dei mercati, le norme in materia di riordino delle professioni. Su questo capitolo l'esecutivo ha ripreso, rendendole più esplicite e vincolanti, le linee guida già contenute nel secondo decreto estivo. La riforma dovrà essere portata a termine entro dodici mesi ma già in questa fase preliminare ha attirato l'attenzione del Consiglio nazionale forense il cui presidente, Guido Alpa, si è appellato ai parlamentari (tra i quali la categoria degli avvocati è ben rappresentata) perché manifestino la propria contrarietà. Una ulteriore spinta alla liberalizzazione è prevista anche nel settore dei servizi pubblici locali.
Altro dossier delicato è quello che riguarda i dipendenti pubblici. Nel testo è contenuta una norma sulla gestione degli esuberi tra gli statali che sostanzialmente ricalca quella già in vigore dal 2001, che però di fatto non è mai stata applicata. La novità fondamentale sta nel fatto che la procedura con cui vengono dichiarati gli esuberi da spostare ad altre amministrazione (ed eventualmente da porre a disposizione con lo stipendio ridotto all'80 per cento, non prevederà più la consultazione dei sindacati.
C'è poi il pacchetto lavoro voluto dal ministro Sacconi. Assenti le norme sui licenziamenti, contiene una forte spinta ai contratti di apprendistato per i giovani; per i primi tre anni questa formula dovrebbe contare su una decontribuzione al 100 per cento, finanziata dall'incremento di un punto dell'aliquota previdenziale per i lavoratori parasubordinati. Vengono poi favorite altre forme contrattuali, il telelavoro e il part time (che si ritiene possano aumentare in particolare il tasso di partecipazione femminile. C'è quindi una norma di detassazione riservata affidata però alle Regioni, che potranno dedurre dalla base imponibile dell'Irap la componente che corrisponde al costo de lavoro. Lo sgravio dovrà però essere interamente a carico dei bilanci regionali.
Poi, rispetto allo schema della lettera, ci sono novità in materia di istruzione che dovrebbero favorire la formazione del capitale umano, che per quanto ben intenzionate rischiano di avere un impatto marginali. Infine le dismissioni, cui è affidato il compito di contribuire alla discesa del debito pubblico: nel decreto però si delineano solo quelle che riguardano i beni dela Difesa.