La figlia: «L'azienda ne risentirebbe per noi sarebbe una tragedia»
ROMA. «Vogliono costringermi ad andare al Quirinale? Mi mandino i corazzieri: io non mi dimetto». Silvio Berlusconi vola a villa San Martino per il consiglio di guerra con la figlia Marina e l'amico di sempre, Fedele Confalonieri. Sono le 13 quando le prime auto con i vetri oscurati varcano i cancelli della villa. Marina e Confalonieri pranzano con il premier. Il primo summit è a tre. Pier Silvio, il secondogenito del primo matrimonio, arriva solo alle 14,30. Silvio è di umore nero. E' reduce da un ennesimo vertice notturno romano con i fedelissimi. Gianni Letta e Angelino Alfano spingono perchè faccia un passo indietro. «Non puoi fare la fine di un Prodi qualunque», gli dicono. Più o meno le stesse parole usate da Giuliano Ferrara, lo stesso giornalista che in mattinata scrive sul Foglio.it che il premier getterà la spugna. «Che Berlusconi stia per cedere il passo ormai è cosa acclarata, si tratta di ore, qualcuno dice perfino di minuti», azzarda.
Ad Arcore arriva anche Niccolò Ghedini, l'avvocato di fiducia. «Mi vogliono arrestare», ribadisce il Cavaliere, ossessionato dai suoi guai giudiziari che attribuisce alle toghe rosse. Silvio è incerto, smarrito. Sa di non avere più la fiducia in Parlamento. Per questo è tornato a casa. Il parere di Marina è fondamentale per ogni decisione. Non si fida più di nessuno. Neanche di Gianni Letta «quello vuole prendere il mio posto». E di Denis Verdini, l'uomo che in ottobre con una massiccia campagna acquisti gli ha consentito di continuare a galleggiare. «Non ne azzecca più una», si sfoga in famiglia. Marina è la vera, sola donna della sua vita, l'unica della quale si fida ciecamente. E' una femmina d'acciaio, pronta a difendere il padre contro tutto e tutti. Capace di essere molto dura anche con i fratelli, i figli di Veronica, che non vuole in azienda. A Roma tutti lo hanno spinto a lasciare prima di essere sfiduciato. «L'azienda ne risentirebbe, per noi sarebbe una tragedia», gli dice invece la presidente Fininvest. Questo non è il momento della ritirata, lo incita. E' la volta di Confalonieri. Per il gruppo sarebbe un duro contraccolpo, rincara il presidente di Mediaset. E' quasi uno scherzo del destino. Nel'94, l'anno dell'annuncio della discesa in campo, Marina e Confalonieri erano stati tra i pochi a sconsigliarlo. «Ti distruggeranno», aveva profetizzato Fedele, spalleggiato da Marina. Ore invece i due sono tra gli «irriducibili». «Devi restare a palazzo Chigi», bloccare ogni ipotesi di governo di larghe intese, anche se fosse Letta a guidarlo.
Il timore, condiviso da Berlusconi, è quello di subire attacchi sulle aziende. Nel'94 come oggi è l'Impero ad essere a rischio. E su questo il Cavaliere ha da sempre le idee chiarissime, le sue aziende vengono prima di tutto. Salvarle è un imperatativo categorico, ad ogni costo.
Berlusconi vuole garanzie. Anche ora che le gimcane di Borsa dimostrano al mondo e alla sua maggioranza sempre più sfarinata che è lui il primo problema per i mercati.
Ma tant'è, il consiglio di guerra familiare ha deciso: si va avanti. La linea è nessun governissimo, nessun governo del Presidente. Nel futuro del premier non c'è spazio per il ruolo di «padre nobile» del Pdl. Oggi a Roma ricomincerà la sfilata degli indecisi a palazzo Grazioli. Berlusconi è ancora convinto di poter riconquistare qualche «traditore». Magari con una vera mossa a sorpresa come quella svelata dal sito "Dagospia". Niente scalone o scalette ma i deputati matureranno la pensione in primavera, prometterà il cavaliere. Certo di conquistarsi buona parte dei peones che se si andrà a votare prima del 2013 non potranno così contare sugli agognati vitalizi.