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Data: 09/11/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
La maggioranza non c'è più alla Camera solo 308 sì. Approvato il Rendiconto, le opposizioni non prendono parte al voto

ROMA - Quando la cifra di 308 «sì» s'illumina sul tabellone di Montecitorio, è l'icona di una sconfitta, mai così forte, che certifica che la maggioranza non c'è più. La Camera approva il Rendiconto generale dello Stato con 308 favorevoli, nessun contrario, ma le opposizioni che non votano, sono di più, raggiungono quota 321. Si astiene all'ultimo minuto Franco Stradella mentre nel centrodestra, oltre ai malpancisti dichiarati, si aggiungono Gennaro Malgieri e Francesco Stagno d'Alcontres.
Se il tono del presidente Gianfranco Fini, mentre comunica l'esito del voto, è basso, notarile, sui banchi del Pdl sembra alzarsi una nuvola di fatalistica delusione. In Aula tuona la voce di Pierluigi Bersani, leader Pd. Chiede che il premier «prenda atto» che «su un atto dirimente per la governabilità del Paese, il governo non ha più la maggioranza». Nel Pdl la tensione è palpabile, come pure il disorientamento. Se il ministro Renato Brunetta commenta che «la Costituzione non richiede al governo di avere la maggioranza assoluta», Umberto Bossi che già aveva sollecitato il Cavaliere a «farsi di lato», mettersi da parte, non risponde sul quesito principale: il premier deve dimettersi? «Vado a parlare con lui» risponde sibillino. Maurizio Paniz pensa di colmare i vuoti degli assenti o disobbedienti «con Alfonso Papa che presto tornerà a votare». Sandro Bondi, coordinatore Pdl, è convinto che adesso «andremo al voto». Intanto in Borsa cadono i titoli del gruppo Mediaset, l'attacco ai titoli di Stato sfiora i 500 punti, roba da Portogallo e Grecia. Cresce la preoccupazione anche nelle prime linee del Pdl.
Luigi Vitali, del direttivo parlamentare, già promotore di alcune di quelle leggi definite dalle opposizioni ad-personam, chiede con «questi numeri» di «trarre le conseguenze». Minaccia di andarsene. Perché «ci sono atti consequenziali da adottare. Vi deve essere un faro insostituibile per un politico, il bene e l'interesse del Paese». Poi dice che «non si abbandona nessuno quando è in difficoltà», ma se «proprio non dovessi condividere il percorso, lascerei il mio posto di parlamentare: per dignità e per rispetto». In un susseguirsi di vertici e riunioni la maggioranza cerca di riprendere una rotta.
Mentre il premier sale al Colle, Giuliano Ferrara diffonde la voce secondo cui Berlusconi «non sa cosa fare». Ed il ministro Maurizio Sacconi non pensa che debba dimettersi, in linea con quanto trapela dall'entourage del Cavaliere. Per Sacconi «c'è un modo ancora più evidente per sapere se c'è la maggioranza, sono i voti di fiducia». Maurizio Lupi è convinto che l'opposizione non abbia i numeri per sfiduciare l'esecutivo. Dopo il colloquio al Quirinale, in cui viene dato l'annuncio che si dimetterà, fonti fanno sapere che tra gli scajoliani continua a serpeggiare il malessere. Altri disobbedienti si preparano a nuove mosse.

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