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Data: 09/11/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
Il giorno dei tradimenti tra rabbia, gioia e delusione. Berlusconi ha provato fino all'ultimo a frenare l'emorragia. Gelo in aula con Umberto

E i ribelli preparano un gruppo autonomo anti-elezioni

Ignazio La Russa, in Transatlantico, ne dà prova immediata: «Se Atene piange Sparta non ride, l'opposizione non ha più voti di noi. Dunque...». Caustico Massimo D'Alema: «Ah sì?! E i 12 deputati per passare da 308 a 320 sono scomparsi?! Forse li hanno sciolti nell'acido».
Fuori diluvia. In aula tuona e lampeggia: Berlusconi, circondato da un nugolo di ministri e ministre passa al setaccio, faccia rabbiosa, i tabulati del voto. Va a caccia dei «traditori». C'è Franco Stradella, l'astenuto. Ci sono i nomi degli assenti che si sapevano (Antonione, Gava, Destro, Stagno d'Alcontres, Pittelli, Buonfiglio, Versace, Mannino e Sardelli). Più Gennaro Malgieri. L'ex direttore del Secolo era in bagno «a prendere una medicina», accorre con il fiatone e sussurra al microfono: «Presidente mi scuso. Volevo votare sì, mi ero assentato e sono arrivato tardi». Manca alla conta anche il repubblicano Francesco Nucara: «E' ricoverato in clinica da domenica», recita un comunicato delle 10.58.
Berlusconi ha provato fino all'ultimo a riconquistare i suoi. Ha chiamato a palazzo Grazioli Isabella Bertolini e l'ha convinta. Ha chiamato Giorgio Stracquadanio, ma più per cortesia: non ce n'era bisogno, granitico il suo sì. Antonione invece si è negato: «Meglio non rischiare l'ipnosi...». Un lavoro duro, quello del premier, con a fianco Denis Verdini, il «persuasore». Duro anche il lavoro di Fabrizio Cicchitto, il capogruppo: «Non mi risulta che la Lega abbia chiesto un passo indietro al premier», dice alle 12 in punto. Cinque minuti dopo è smentito da un borbottio di Umberto Bossi: «A Berlusconi abbiamo chiesto un passo di lato. Il premier? Può essere Alfano». Alfano ci crede: «Berlusconi ha fatto di tutto per dare spazio ai giovani, mica è come Bersani con Renzi...».
Poco prima delle quattro l'aula della Camera è piena. Posti in piedi anche nelle tribune stampa affollate di giornalisti stranieri. Gabriella Carlucci, appena transitata dal Pdl all'Udc, è scortata al suo banco da Lorenzo Cesa. Baci e abbracci dai nuovi colleghi. Maurizio Lupi, il vicepresidente in quota Pdl, entrando annuncia la sconfitta ma la veste da vittoria: «Siamo a quota 310. Va bene, basta per avere la maggioranza». Non la pensa allo stesso modo Berlusconi. Quando alle quattro meno un minuto si siede al suo banco tra Bossi e Bobo Maroni (né un saluto, né un bisbiglio) ha la mandibola più pronunciata del solito. Causa tensione. «La leadership di Silvio è vincente», garantisce a chi gli sta accanto lo stratega dei Responsabili, Domenico Scilipoti.
Arriva il momento del voto. La maggioranza evapora: otto voti in meno della fiducia incassata il 14 ottobre. Bersani parla a nome dell'opposizione: «Ora è certificato che non ha la maggioranza, si dimetta». Berlusconi, controllati i tabulati, se ne va stringendo mani. Le ministre e le sottosegretarie se lo coccolano, gli si fanno premurose attorno. Anche Maroni mostra un sussulto d'affetto. Un piccolo, timido, colpetto sulla spalla.
Fuori, il Transatlantico ribolle. Roberto Menia, del Fli, saluta il Cavaliere come il Cavaliere ha salutato la morte di Gheddafi: «Sic transit gloria mundi». Claudio Scajola, il dissidente in sonno del Pdl, fa il grillo parlante: «Lo dicevo da un anno che andava aperta una fase nuova, se Silvio m'avesse ascoltato...».
Scatta il toto-ascesa. Berlusconi sale o non sale al Quirinale? Walter Veltroni: «Non può non dimettersi, non può. Sarebbe bastato il mattone lanciato dal sedicesimo piano da Bossi per spingerlo a lasciare. E poi Napolitano ha detto che vigila». Enrico Letta, il vicesegretario del Pd è lì accanto: «Ci sono solo le elezioni o un governo Monti. E se Berlusconi non lascia presenteremo tra poche ore la mozione di sfiducia».
L'epilogo è ben diverso. Berlusconi esce poco prima delle venti dal Quirinale ancora in sella. E ci resterà per almeno altri venti-trenta giorni: «Mi dimetto, ma prima si approvi la legge di stabilità». Segue chiosa: «Ponendo la fiducia la maggioranza ci sarebbe sempre». Nelle file dell'opposizione corre un brivido. E se il capo dello Stato si fosse fatto intortare?! Se, nel mese di pantano, il Cavaliere facesse scattare una nuova campagna acquisti? «No, questa volta non ha scampo, altri tre del Pdl stanno venendo con noi. Presto faremo un nostro gruppo parlamentare e manderemo il premier definitivamente a casa», garantisce Luciano Sardelli uscendo a sera dall'hotel Hassler dove si sono riuniti sette ribelli. Di sicuro c'è solo che Berlusconi fa un passo verso il traguardo del dopo-di-me-il-diluvio. Traduzione: le elezioni. «Silvio è un genio», commenta estasiato il ministro Gianfranco Rotondi, «tira avanti, forse fino a Natale, con mezzucci da democristiano. Poi ci sarà solo il voto anticipato».

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