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Data: 13/11/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
Brindisi, fischi e cori addio stile Caimano. Tricolori davanti al Quirinale, Silvio esce da un portone secondario

Perchè lì erano i supporter del Cavaliere ad assediare violentemente i giudici che lo avevano condannato. Semmai, siamo al rovesciamento di quella immagine, ma al netto della violenza. Quando il premier arriva sul Colle, per dimettersi nello studio di Napolitano, un minuto prima delle 21 e presumibilmente con il volto terreo che ha avuto per l'intera giornata e quasi non sembrava più lui a causa dello svuotamento dell'anima espresso dai suoi occhi, la folla impreca: «Buffone». Canta: «Bella ciao» e l'inno di Mameli. Srotola uno striscione politicamente scorretto: «Go directly to jail». Ci si commuove con il «Va pensiero»: «O mia patria sì bella e perduta». S'intona, con l'aiuto dell'orchestra e del coro denominato Resistenza spontanea permanente, la famosa melodia di Haendel ribattezzata in questa occasione «Allelujah per la caduta del governo». Si brinda con lo champagne. E sembra di stare a Capodanno. Passano le auto - compresi un paio di Suv dall'aspetto destrorso ma a loro volta festanti - e i motorini, suonano il clacson fra gli applausi e gli urrà della massa. Sembra di stare alla festa di una vittoria della nazionale ai Mondiali di calcio, e le automobili continuano a rumoreggiare fino a tarda notte, con tanto di sventolio di bandiere tricolori che fuoriescono dai finestrini. Non è come piazzale Loreto nè come il Raphael. Semmai, molti festeggiano l'ultimo giorno di Silvio come se stessero in una di quelle piazze della primavera araba che hanno celebrato la fine dei regimi dispotici di laggiù. Quando si avvicina all'ingresso del Quirinale il premier blindato nella sua berlina e scortato anche da gipponi della polizia, la folla va incontro al corteo presidenziale che passa veloce e cerca quasi di bloccarlo. Viene fermata, e qualcuno esulta: «L'invasione di campo poteva portare all'annullamento dello scudetto».
Poteva essere più cruento l'ultimo giorno di Berlusconi. Ma anche più normale. Le piazze che festeggiano i vincitori rientrano nella naturalezza democratica, le piazze che dileggiano gli sconfitti sono meno comprensibili. L'ultimo giorno è stato il giorno delle porte secondarie. Non solo quella del Quirinale, e quando la folla s'è accorta della fuga ha imprecato: «Berlusconi vigliacco». O ha scherzato: «E' scappato via, nascosto nell'autombulanza come Mussolini da villa Savoia, dopo che il re lo ha deposto?». Silvio ha utilizzato la porta sul retro anche quando è uscito da palazzo Chigi. Se non lo avesse fatto, gli sarebbe come minimo toccata la sorte capitata a Sacconi. Viene insultato a piazza Colonna «bastardo, vattene», mentre lascia la sede del governo insieme a Mara Carfagna. «Andatevene a casa», gridano i contestatori. La ministra non perde la calma: «Ci stiamo andando». Il ministro alza il dito medio contro il gruppo che lo sta insultando. La scena si ripete con Formigoni: oltre al dito alzato, il governatore azzurro fa pure le corna a chi grida «in galera, in galera» e a chi balla la danza della liberazione gridando «Dio c'è, ho le prove», o sventola una provetta contenente acqua sporca: «Sono le lacrime del Caimano». A Giorgia Meloni: «Vai a fare anche tu il bunga bunga». Il gesto dell'ombrello lo fa invece Di Pietro, rivolto a palazzo Chigi: «Se ne sono andati a casa, finalmente».
Il clima è questo. Ma colpisce, in questa atmosfera, quanto l'ultimo giorno di Berlusconi sia stato - a proposito della condotta di Silvio - assai poco berlusconiano. Curvo, svuotato: così appare a Montecitorio e durante il consiglio dei ministri. Gli si vedono, ed è una primizia, le rughe. Non è titanico, come sarebbe potuto essere perché anche la sconfitta sa talvolta inebriare, e non è neppure vittimista come gli capita quando le cose gli vanno male. Quasi filosofeggia, da poeta crepuscolare: «Nella vita, si sale e si scende», dice ai suoi. Che lo vorrebbero turgido e combattente fino all'ultima raffica, cercano d'infondergli ardore quando entra nell'aula della Camera e gli viene tributata una standing ovation: «Silvio, Silvio». Non sorride, non ringrazia. Si alza soltanto in piedi, per mezzo secondo. Le sue ministre vestite per lo più in nero, come a lutto, non lo aiutano a tirarsi su di morale. Non è un re nudo, è un re svuotato. «Non sembra lui», dicono tutti i suoi. Non s'inventa il colpo a sorpresa del comedien come gli ha chiesto Giuliano Ferrara. Viceversa, sembra quasi aver assunto un aplomb istituzionale, ma the game is over. In aula il fedelissimo Mario Pepe si alza e gli si rivolge così in un semi-singhiozzo: «Ringrazio lei, onorevole presidente, e i suoi ministri». Il Cavaliere chiude gli occhi e fa un piccolo sorriso, quando il suo scudiero aggiunge citando i monumenti ai caduti in guerra: «Non il coraggio, ma la fortuna mancò». Per il resto, Silvio sembra congelato. O istituzionalizzato, o napoletanizzato. Gli vogliono fare la ola i suoi deputati, ma lui non ha voglia di assecondarla. Non lo smuove neppure lo Scilipoti show: «E' un colpo di Stato - grida l'amico Mimmo - questo governo tecnico delle banche, sostenuto da delinquenti e mercenari».
La salita sul Colle dev'essere stata però la prova più dolorosa. Anche lungo il tragitto, chi vede quel corteo di auto blù, e lo riconosce come berlusconiano, gli lancia una pernacchia. «Te ne vai o no, te ne vai sì o no»: la canzoncina dell'ultimo giorno. Anche inutile, perché si sapeva che se ne sarebbe andato. Ma quando tarda ad arrivare al Quirinale, un brivido corre sulla schiena della piazza: «Ci fa l'ultima sorpresa? Moriremo berlusconiani?». Macché. C'è gente che è salita in cima ai lampioni davanti al palazzo della Consulta pur di godersi meglio la gogna del re deposto. Chi s'è arrampicato sul monumento dei Dioscuri e da lassù grida «bastardo!» e «buffone!» già un'ora prima della comparsa del nemico sconfitto. La tivvù iraniana, fra le tante altre, riprende queste scene e si sofferma sul seguente ritornello: «Lo arrestate o no, lo arrestate sì o no». «Monti sarà meglio?», si domanda qualcuno. Viene subito tacitato nei suoi dubbi blasfemi. Però, sotto palazzo Grazioli, nel pomeriggio s'è svolto un match. Fan del Cavaliere che gridano «Forza Silvio» e supporter del fronte opposto che replicano: «Finirete a Salò». Dentro quel palazzo, sul comodino del Cavaliere, è poggiato il libro che il padrone di casa sta leggendo in queste ore: «L'ultima lettera di Benito» (di Pasquale Chessa e Benedetta Raggi). «Io sono stanco di fare il buffone», dice nell'epistola Mussolini a Claretta. Berlusconi non si sente affatto in questo stato d'animo. Non solo perchè i paragoni fra il Cavaliere e il Duce di solito sono sbagliati, o perchè proverbialmente Silvio è un tipo auto-indulgente. Ma soprattutto perchè ci vuole rabbia nel dire a se stesso queste cose - o darsi del «ridicolo personaggio» o del «fantoccio grottesco», come fa Benito nella missiva - e Berlusconi nel suo ultimo giorno da premier non sembra avere neppure la forza dell'ira. Si sente un combattente esausto: triste, solitario y final.
Poi, la notte dell'ultimo giorno del Cavaliere, finisce con una scaramuccia fra contestatori e polizia sotto l'abitazione dell'ex premier e con la danza degli anti-berlusconiani in alcune vie di Roma, sulle note di Jovanotti: «Il più grande spettacolo dopo il big bang». Ma proprio come dopo il big bang, adesso toccherà rimettere insieme i cocci.

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