GENOVA. Dal nostro inviato È difficile parlare di industria e infrastrutture che mancano in una terra devastata dagli ultimi terribili avvenimenti che hanno colpito l'intera Liguria da Levante a Ponente. Ed è comprensibile l'umore del presidente degli industriali liguiri, Sandro Cepollina. «Una ripresa, sia pure piccola, si era intravista. Poi, da aprile è tornato tutto come prima e l'economia ligure si è un pò fermata». Stretta fra le alture e il mare, la Liguria da tempo non è più parte del triangolo industriale italiano. La crisi ha accentuato le difficoltà di una Regione che è lontana dal Nord Europa per via di una difficile situazione infrastrutturale e non è vicina all'Africa del Nord. Soprattutto, non è una Regione per giovani che appena possono prendono altre strade. I dati congiunturali regionali dicono che il numero dei cassintegrati è salito nel 2010 a 13.800 con un aumento secco del 10 per cento. Il settore più penalizzato è quello dell'edilizia «fermo da tempo», afferma Cepollina, con quasi 2.200 operatori. Eppure, così come è stata capitale nei secoli passati, Genova (fra capoluogo e provincia vive la metà della popolazione) ha buone potenzialità di crescita. «Alla situazione generale che c'era un anno fa e che, come dicevo, sembrava in ripresa fino allo scorso mese di aprile, si è aggiunto un nuovo filone che è la crisi di Fincantieri, un problema in più che non sarà di facile soluzione». Qui, però, c'è un altro grandissimo problema, mai risolto, che è quello delle infrastrutture, quindi dell'edilizia. «Riconosco che la giunta regionale - aggiunge Cepollina - fa quello che può, quello che è alla sua portata ma qui oltre l'85% del bilancio regionale se ne va in ospedali e trasporti pubblici, quindi è evidente che non rimane moltissimo per affrontare i problemi relativi agli altri aspetti economici. Faccio un esempio: in Liguria il trasporto locale ha costi esorbitanti: 4,6 euro a chilometro contro l'1,9 euro dell'Umbria». «Detto questo - sottolinea il presidente degli industriali - se la politica deve fare la sua parte, anche l'industria deve fare la sua: l'industria ligure ha bisogno di puntare su nuove tecnologie e sulle esportazioni ma al tempo stesso deve assolutamente crescere dal punto di vista dimensionale per stare sui mercati in maniera autorevole. A livello regionale vanno recuperate quanto prima le aree di Cornigliano e di Sestri e bisogna fare anche presto», ammonisce Cepollina. «Il sistema portuale deve autofinanziarsi e bisogna cominciare oggettivamente a pensare ad un'unica autorità portuale per evitare passaggi burocratici costosi ed inutili, quindi la politica regionale - aggiunge il capo degli industriali - deve dare un segnale in questo senso». Qui c'è anche un settore, il turismo, che nel resto del mondo (sono gli stessi liguri a dirlo, Ndr) avrebbe fatto la felicità di amministratori e imprese turistiche, invece in Liguria questo non succede. «In tanti anni - aggiunge Cepollina - sono stati fatti tanti sforzi, ma non si riesce mai a farlo decollare e le ragioni sono sempre più incomprensibili». E visto che i problemi vanno quasi sempre a braccetto con altri problemi, da qualche tempo in Liguria ci si interroga sul fenomeno delle infiltrazioni mafiose. «Quello della legalità - dice Cepollina - è un problema per noi importantissimo. Abbiamo firmato un protocollo d'intesa con il ministero degli Interni per evitare che l'economia malata entri in quella sana». Non solo, ma sull'esempio di Confindustria Sicilia anche Confindustria Liguria ha inserito nel proprio statuto nuove norme: presidente, vice presidenti regionale e presidenti territoriali non possono assumere cariche politiche per almeno tre anni dopo la fine dei rispettivi mandati. «Per noi imprenditori, che ricorriamo a tutte le nostre risorse per creare posti di lavoro, e possiamo vantare numeri molto buoni rispetto alla media nazionale (6,7% contro una media dell'8%), la vita non è mai semplice. Prendiamo il caso del credito: paghiamo interessi di tre-cinque punti in più rispetto ai nostri competitor europei. Ma non voglio neppure dire che le imprese non hanno i loro problemi interni. Qui - dice Cepollina - ci sono 1.900 aziende aderenti a Confindustria e quasi tutte andrebbero ricapitalizzate. Qui, come in molte altre Regioni c'è un fatto che non si spiega o si spiega poco: ci sono proprietari ricchi ma le loro aziende sono povere». E questo non è l'ultimo dei problemi.