Già pronto il piano per superare l'emergenza
Il manager lascia Banca Intesa per un futuro in politica
ROMA - Che sia un uomo del fare, il più calvinista dei banchieri cattolici, un manager con una visione diversa da tutti i suoi colleghi, Corrado Passera lo ha già dimostrato in più occasioni. Non solo per la sensibilità ad accettare certe sfide, per molti scomode o impossibili, come il risanamento delle Poste, siamo a fine anni '90, o il salvataggio in extremis di Alitalia. Ma per l'impegno, programmatico, civico, e non certo rituale, nel ritenere centrale «servire il Paese». Con Intesa Sanpaolo a far da bandiera, testimonial di questo sforzo. Banca che deve essere partecipe, è il pensiero dell'ormai ex amministratore delegato, di un progetto più alto, di sistema. Per realizzare, almeno come obiettivo finale, gli interessi generali, il bene comune.
Di certo una visione molto ambiziosa. Come è ambizioso il progetto di Passera, da tempo attento ai segnali che arrivavano dal Palazzo, e che ora, da superministro dello Sviluppo Economico, Infrastrutture e Trasporti, dovrà trasferire dal mondo dell'economia a quello, meno permeabile, della politica, idee e strategie. Chi gli è stato vicino sin dall'inizio, dopo l'esperienza in Olivetti, lo ricorda commosso e soddisfatto per aver ridato dignità a 220 mila postini, rivoluzionando un'azienda decotta che, dopo la sua cura, il Financial Times definì moderna e non più «motivo di imbarazzo nazionale». Anni in cui il manager andava personalmente al call center delle Poste per parlare con gli utenti, spronare i dipendenti, dare il buon esempio. Lo faceva la mattina presto, convinto, così come poi è accaduto, di poter trasformare un carrozzone in un modello da studiare. Stessa «mission impossible» e stesso successo, ma da banchiere di Intesa, anche quando nel 2008, a sorpresa, scese in campo per rilanciare un'Alitalia agonizzante. Non mollò la presa nonostante le critiche e le accuse di voler fare solo un'operazione di facciata. Di puntare cioè ad un riposizionamento accanto a Berlusconi, dopo avere sostenuto il Pd e Prodi. Caparbio tirò dritto, mantenendo una rete di relazioni a largo raggio. Con Intesa Sanpaolo sempre al centro del sistema. Pronta cioè ad aiutare le imprese, piccole e grandi, erogare prestiti d'onore ai giovani e risorse al mondo del no profit. Interventi che i maligni considerano parte di una strategia mirata non solo a differenziarsi da Unicredit, ma ad accrescere il prestigio del timoniere.
Consapevole di essere un primo della classe, laurea alla Bocconi e master negli Usa, il top manager è considerato un duro, intollerante con i mediocri e super efficiente. Attento all'immagine, ha una capacità di lavoro impressionate.
I suoi riferimenti sono stati e sono Carlo Azeglio Ciampi e Antonio Maccanico. Da cui ha imparato quel senso delle istituzioni che sarà la sua cifra.
Il bene del Paese è un'idea fissa. Del resto le radici cattoliche, la cultura Olivetti, dove ha lavorato a lungo, e il solidarismo del professor Giovanni Bazoli sono i riferimenti. Una filosofia di fondo che lega tutto. Dall'incarico alle Poste, chiamato da Romano Prodi, alla sfida di Alitalia; alla scelta, condivisa con Bazoli, di indirizzare Intesa verso una rotta diversa. Lontana dalle sirene della finanziarizzazione, vicina ai problemi dell'economia reale. Un punto fermo. Su cui Passera batte da quasi 10 anni. Con parole d'ordine chiare: crescita, responsabilità, merito. Perché, dice, senza sviluppo le finanze pubbliche sono destinate a deteriorarsi e non si possono dare opportunità ai giovani, creare lavoro, mantenere un sistema di Welfare. Perché senza crescita c'è la disarticolazione del tessuto sociale, la sfiducia, la crisi. Analisi a cui segue la cura.
La spinta, ragiona il nuovo superministro, deve venire da quattro motori: la competitività delle imprese; la qualità del sistema-Paese; la coesione sociale; il dinamismo. Poi, senza infrastrutture moderne, è il corollario, non si va da nessuna parte.
Un tema caro all'ex banchiere che ha costruito un braccio operativo della banca tutto dedicato alle sinergie pubblico-privato, allo sviluppo delle grandi opere. Per supportare l'occupazione e colmare il gap che ci separa dall'Europa.
In questi mesi Passera ha accentuato le critiche all'esecutivo, proposto soluzioni per la crescita, partecipato al convegno di Todi con tutte le organizzazioni cattoliche. Insomma, si è smarcato sempre di più. Fornendo al Quirinale spunti concreti di riflessione e, di fatto, mettendosi a disposizione. Nel contempo ha continuato ad escludere che il Paese rischi il default. E ieri, nella sua prima uscita, ha ribadito il concetto: l'Italia ce la farà, puntando sullo sviluppo sostenibile e creando posti di lavoro. C'è chi giura che sia già al lavoro per mettere a punto il programma, marcare la discontinuità. Del resto in una lectio magistralis, citando Periandro, ha detto ai giovani: «curate il tutto, sentitevi responsabili dell'intera società, non solo del vostro particolare. Così darete un senso alla vita». Appunto. L'impegno prima di tutto.