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Data: 17/11/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
Catricalà, il grande ritorno dopo sette anni di Antitrust. Paladino delle liberalizzazioni, ha aperto la via ai consumatori

ROMA Antonio Catricalà a palazzo Chigi sarà per Mario Monti ciò che il Tom Tom è per il guidatore che si addentra in una città a lui non pienamente conosciuta. Un abile navigatore, un giurista di alto rango (viene dalla scuola del Consiglio di Stato) professionista della pubblica amministrazione, un uomo pragmatico che cerca soluzioni tecnicamente efficaci, evitando la contrapposizione, il conflitto, il muro contro muro. Questa è stata la sua cifra in sette anni all'Antitrust. Questa sarà, c'è da giurarci, la sua strategia per il nuovo incarico.
In sintesi, un tecnico con il fiuto per la politica che ben conosce Palazzo Chigi dove è già stato segretario generale di Silvio Berlusconi, al suo secondo mandato, fino al 9 marzo 2005. Fu allora che andò all'Antitrust a raccogliere il testimone da Giuseppe Tesauro. A nominarlo, mentre i due Poli litigavano in Parlamento sulla nomina di due giudici costituzionali, furono Marcello Pera e Pier Ferdinando Casini, rispettivamente presidenti del Senato e della Camera, che colsero l'occasione per un blitz coronato da successo. E Casini oggi è uno dei maggiori sostenitori del nuovo governo.
Catricalà torna a palazzo Chigi con un ruolo di ben altro peso, rafforzato dall'esperienza di questi sette anni da garante alla concorrenza ormai giunti a pochi mesi dalla fine. Sarà per Monti ciò che Gianni Letta è stato per Berlusconi? Difficile fare confronti. La distanza che separa Monti da Berlusconi è la stessa che separa la Terra da Marte. Grande rispetto reciproco, ma due universi imparagonabili. Letta è stato da sempre l'eminenza grigia di un premier fortemente caratterizzato politicamente ma impegnato su molti versanti, non ultimo quello giudiziario, e travolto dal gossip. E' stato, il cardinale che teneva i rapporti con l'altra sponda del Tevere, che ricuciva le tensioni nella maggioranza e con l'opposizione. Senza Letta difficile pensare a Berlusconi.
Diverso il ruolo di Catricalà per Monti. Il nuovo governo nasce tecnico e all'insegna di un'emergenza economica difficile. Dovrà tenere insieme forze politiche che fino a ieri si fronteggiavano con toni mai visti prima nella storia della Repubblica. Compito non semplice, tanto più per una personalità di alto profilo come Mario Monti che conosce l'Italia anche per averla vista dal di fuori, quando è stato all'Antitrust europeo, ma che ha frequentato meno gli snodi politici della capitale. Catricalà invece conosce la macchina statale come pochi altri. E' un grand commis senza etichette che ha lavorato con Giuliano Amato, Massimo D'Alema e con Antonio Maccanico; che da capo di gabinetto ha attraversato diversi ministeri (telecomunicazioni, riforme istituzionali, funzione pubblica) e nel curriculum ha più d'una Authority (è passato anche dell'Autorità per le tlc). Una parte della sinistra ha digerito con fatica il suo legame professionale con Berlusconi a Palazzo Chigi. Quasi un peccato originale che lui ha riscattato aprendo un'istruttoria per conflitto d'interessi nei confronti del fratello Paolo (poi rivelatasi non sanzionabile), sulla questione dei decoder. Eppure buoni, se non ottimi, sono stati e sono i rapporti con Pierluigi Bersani che si ispirava all'Antitrust per le sue lenzuolate liberalizzatrici. Rimase famosa la battuta di Catricalà: «Bersani me lo sposerei», rivolta al ministro che gli ha dato le maggiori soddisfazioni.
Al centrodestra Catricalà ha rimproverato, da presidente Antitrust, di aver fatto un passo indietro sulla concorrenza e di aver dato spazio alla «riscossa delle lobby»; oltre «al silenzio totale sugli intrecci bancari» che il garante ha invece più volte denunciato. Posizioni ferme ma mai polemiche per un difensore della concorrenza che si è ritrovato fra le mani dossier scottanti, soprattutto nel campo mai arato prima delle grandi concentrazioni bancarie, precedentemente monopolio di Bankitalia. Catricalà ha aperto e percorso la via del sì condizionato, lasciando crescere l'impresa ma imponendole il rispetto di impegni precisi, piuttosto che usare la sciabola delle sanzioni a tutto spiano. Non che le abbia ignorate come ben sa l'Eni, multato con 290 milioni per abuso di posizione dominante nell'approvvigionamento di gas, ma ne ha fatto un uso più contenuto dei suoi predecessori. E ha tenuto alta l'attenzione sulla difesa dei consumatori. Un bagaglio prezioso al quale Monti non poteva rinunciare. All'Antitrust ora la reggenza sarà assicurata da Antonio Pilati. Poi si vedrà.

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