ROMA. Rigore, crescita ed equità. E' questa la stella polare che orienterà l'azione del governo di Mario Monti, che ieri si è presentato al Senato per illustrare il programma della svolta. Un programma che ha convinto tutti, o quasi, e che alla fine di una lunghissima giornata è stato approvato con una valanga di voti a favore: 281 sì e 25 no.
Sotto lo sguardo attento della moglie e dei figli che siedono nella tribuna del pubblico, Monti prende la parola per la prima volta nell'aula di palazzo Madama e subito si capisce che nulla sarà più come prima. «Ci accusano di essere il governo dei poteri forti ma non è così. Voglio rassicurare totalmente chi avesse ancora dei dubbi» prudente, moderato nei toni e spinto da una grande passione civile, il nuovo premier ribadisce la delicatezza del momento e assicura che il riscatto del paese ci sarà solo se resteremo uniti. Ad ascoltarlo sono gli stessi senatori che fino a qualche giorno fa erano costantemente impegnati in uno scontro continuo e che adesso scrutano in silenzio il presidente del consiglio che definisce il suo governo «di impegno nazionale».
Consapevole di non poter risolvere tutti i problemi che affliggono il paese, il professore non tradisce il suo consueto aplomb e per tre quarti d'ora legge la lista delle molte cose da fare. Ma per realizzare il programma occorre recuperare quella coesione, più volte auspicata da Giorgio Napolitano, che è andata in pezzi perché maggioranza e opposizione si sono comportate fino ad oggi come due fazioni in guerra. La temperatura, insomma, si deve abbassare e Monti assicura che farà tutto il possibile per riuscirci: «Spero che il mio governo ed io potremo contribuire in modo rispettoso a riconciliare maggiormente i cittadini e le istituzioni, i cittadini e la politica». L'aula del Senato apprezza e applaude. Monti capitalizza il consenso bipartisan e si lascia andare ad uno scatto d'orgoglio: «Per tornare a crescere le cose da fare sono note da tempo e non è necessario che a ricordarcele siano le istituzioni europee».
Il nuovo premier illustra le ricette economiche e politiche senza quasi mai discostarsi dal testo preparato. Monti sta molto attento perché sa che il centrosinistra non vuole "macelleria sociale" e che Berlusconi non vuole nemmeno sentir parlare di patrimoniale o di reintroduzione dell'Ici sulla prima casa. Ma i sacrifici sono necessari e il discorso di Monti scivola via senza intoppi per quasi un'ora. Il governo promette di tenere sotto controllo i conti pubblici agendo su più fronti. Si intensificherà la lotta all'evasione fiscale, ci saranno meno tasse sul lavoro mentre aumentrà il prelievo sui consumi e sulle proprietà. Si parla anche di una riduzione dei costi della politica e della riorganizzazione della spesa corrente delle pubbliche amministrazioni, ci saranno interventi sulle pensioni e la reintroduzione dell'Ici sulla prima casa. Ma c'è anche un accenno che fa pensare a una possibile ulteriore manovra economica nel breve termine. Alla fine, il primo intervento di Monti raccoglie il plauso di quasi tutte le forze politiche. A parte la Lega, che ha votato no alla fiducia e va all'opposizione contro il «governo delle lobby», tutti promuovono il nuovo premier. Pier Luigi Bersani offre il pieno sostegno del Pd e chiede che ora si passi «dalle parole ai fatti». Pier Ferdinando Casini vede un'ottima occasione per siglare un «armistizio» mentre Gaetano Quagliariello offre la «piena disponibilità del Pdl» ma aspetta Monti alla prova dei fatti. A non essere convinto fino in fondo è Antonio Di Pietro, che non apprezza l'apertura del ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, al nucleare e lo dice chiaro e tondo: «Ha sbagliato».
Nell'aula bipartisan niente più insulti
Miele, sorrisi e persino baci fra i capigruppo di Pd e Pdl
Unico boato quando Federico Bricolo cita una frase di Bossi
ROMA. «Ora che siamo alleati ci possiamo anche baciare liberamente». Scherza Anna Finocchiaro, presidente dei senatori Pd, incontrando il vicecapogruppo Pdl Gaetano Quagliariello.
Scherza, ma non troppo, sa che è il momento politico di fare un gesto. Si conoscono fin troppo bene per gli accesi duelli in aula. Dopo un bacio sulla guancia, Quagliariello sta al gioco: «Prima lo facevamo di nascosto...». «Ora non ti allargare», sorride benevola la Finocchiaro.
Insomma c'eravamo tanto odiati, ma ora dobbiamo fingere di andare d'accordo. Sembra davvero che l'aula del Senato sia stata appena tramortita da un elettrochoc. Perché non ci insultiamo più? Si sa benissimo che sotto la cenere c'è una brace ardente, ma il clima è davvero diverso. «E' un clima stupendo», dice con un sorriso Mario Monti, uscito da Palazzo Madama, indicando il cielo azzurro.
E' vero, c'è un Berlusconi che ringhia nella riunione a porte chiuse coi suoi. Ma nell'aula, dove si decide il governo, non arriva nulla. «Sì, è vero - dice Casini - può staccare la spina quando vuole. Ma non lo farà».
Poi c'è anche la rispettosa curiosità per i nuovi ministri. Si muovono impacciati tra i velluti e gli arazzi del Senato. Sono gentili con tutti. Capiscono che la benevolenza formale è solo sospensione del giudizio. Lo stesso Monti è educatissimo. Si fa venire il torcicollo pur di seguire con la massima attenzione gli oratori appollaiati in alto a destra o a sinistra. Usa più volta la parola umiltà, e più la usa più si percepisce il timore di chi deve attraversare una gola vigilata da cecchini.
Ovvio che questa patina di miele attira i guastatori. Intanto Roberto Castelli, mentre parla Monti, vede abortire un applauso e non ce la fa a tenersi: «Eh! un po' più di entusiasmo...». Imbarazzo. Poi Monti, senza scomporsi, riprende il filo del discorso e dice: «Ascoltate e non applaudite».
A scaldare gli animi ci pensa Felice Belisario (Idv) che rinfaccia a Berlusconi di aver parlato di ristoranti pieni e aver portato il Paese a questo disastro. «Basta!», urlano da destra. Belisario trova un modo originalissimo di annunciare la fiducia a Monti: «Votiamo sì ma senza partecipare all'ammucchiata».
Francesco Rutelli prova a rispalmare lo zucchero. «Noi tendiamo la mano a quelli del Pdl e anche a quelli della Lega..» Una voce dai banchi del Carroccio: «Tienitela in tasca!»
Poi il vero stridore, l'intervento del leghista Federico Bricolo, unica voce fuori dal coro. Comincia con una citazione alata sui rischi che la Ue divori le sovranità nazionali. «Non sono parole mie», premette, e tutti attendono di sapere quale sommo pensatore le ha dette. «Sono parole di Umberto Bossi!», e tutta l'aula esplode in una risata. Bricolo va avanti e attacca Monti («Tutto fumo e molte omertà»), giura che la Lega non vota no pensando ai voti (altra risata). E aggredisce l'Idv: «E' inutile che attacchiate Berlusconi, oggi siete alleati di Berlusconi!». Un senatore dipietrista si alza e urla: «Ricordati la P2, la P3, la P4, e Milanese e Papa! Vergognati». Sembrano tornati i vecchi tempi.