ROMA Lotta all'evasione e ritorno dell'Ici. E poi soglie più basse per la tracciabilità dei pagamenti. Ma non solo. Nel pacchetto di proposte a cui pensa Mario Monti per coniugare rigore, crescita e equità c'è anche un riequilibrio dei pesi e dei sacrifici. «Gli sforzi ha detto ieri alla Camera sia dal punto di vista della fiscalità che dell'ammodernamento, saranno chiesti prioritariamente alle categorie che finora hanno dato meno al risanamento dell'Italia». E questo, nei limiti del possibile, significa anche fisco meno pesante per le fasce di reddito più deboli.
L'ipotesi principe riguarda la riduzione delle aliquote. La prima, che si paga su redditi annui fino a 15.000 euro, potrebbe scendere dal 23 al 20 per cento. Inoltre, la soglia della no tax area, cioè quella quota di reddito sulla quale di fatto non si pagano imposte, potrebbe essere ampliata da 8 a 11 mila euro. L'idea di Monti è di puntare su misure «che hanno una maggiore probabilità di essere accettate se sono presentate in forma di pacchetto organico che comporti una partecipazione al da farsi, anche sotto forma di sacrifici». In sostanza, la filosofia è di puntare su pacchetti di misure equilibrate, dove la parte più dura da digerire viene bilanciata con benefici che ne attenuino il peso. Anche per questo, la lotta all'evasione fiscale e all'illegalità occupano un posto prioritario nel programma. E «non solo ha detto Monti al Senato per aumentare il gettito (il che non guasta) ma anche per abbattere le aliquote. Questo può essere fatto con efficacia prestando particolare attenzione al monitoraggio della ricchezza accumulata e non solo ai redditi prodotti».
Ma quanto costa una riduzione delle aliquote come quella ipotizzata? Vincenzo Visco affidò a suo tempo a una ventina di professori uno studio pubblicato dal suo think tank, il Nens. Il costo di una doppia riduzione delle aliquote (riguardava anche quella del 38% da portare al 36%) rendendo piatte le detrazioni sul reddito (anziché decrescenti) ed eliminando gran parte delle agevolazioni esistenti, veniva a costare quasi 2 punti di Pil e cioè circa 27 miliardi. Limitando il tiro, non si scenderebbe comunque sotto i 10 miliardi.
Non è poco. Ma nel «pacchetto» di cui ha parlato Monti c'è anche la tassazione sugli immobili e cioè un ritorno dell'Ici (il gettito stimato da Tremonti era di 3,5 miliardi) in versione probabilmente modificata. Non solo perché il prelievo potrebbe crescere in funzione della quantità di immobili posseduti, ma anche perché l'ex-Ici (Imu dal 2014) potrebbe venir coniugata con una tassa sui rifiuti rivista e potenziata includendo altri servizi. Anche questo servirebbe a reperire risorse per l'alleggerimento delle aliquote sulle fasce più basse di contribuenti. Non facile, perché il faro rimane la necessità dell'invarianza dei saldi di finanza pubblica, ma forse possibile con una riforma fiscale vera e propria.
Altre due misure, citate dal neo-premier, vanno considerate. L'uso del contante (oggi la soglia è a 2.500 euro) potrebbe scendere fino a 200-300 euro (Visco l'aveva bloccata a 100 euro per i professionisti e lavoratori autonomi). Secondo i calcoli dell'Abi, una stretta sulla tracciabilità potrebbe fare emergere il sommerso, fino ad una quota del 3% di Pil, quasi 40 miliardi. Infine c'è «il monitoraggio della ricchezza accumulata». Significa introdurre l'obbligo di indicare, nella dichiarazione dei redditi, anche la consistenza di patrimonio: case, azioni, fondi, titoli pubblici, auto, beni di lusso. E costringere così ad allineare i redditi, di conseguenza.