ROMA - Via libera alla patrimoniale da Pd e Terzo Polo. Quasi con le stesse parole, sia Pier Ferdinando Casini che Pier Luigi Bersani hanno dato disco verde a un'imposizione progressiva che porti nuove entrate nelle casse dello Stato e, soprattutto, distribuisca più equamente il carico dei sacrifici. Il leader centrista condiziona la patrimoniale a interventi su famiglie e lavoro: «Se la tassazione sulle rendite e sui grandi patrimoni serve a compensare una minor pressione fiscale su famiglie, lavoratori e aziende, siamo d'accordo». Simile il concetto espresso dal leader democrat, che individua l'oggetto tassabile nei patrimoni immobiliari, il tutto accompagnato da lotta all'evasione fiscale: «Siamo per un'imposizione dei grandi patrimoni immobiliari, quanto all'evasione del fisco, abbiamo una decina di proposte. Lo sforzo stavolta deve essere fatto da tutti, chi è stato disturbato di meno deve adesso essere disturbato di più».
Ma da Bersani giungono altre due novità in campo programmatico destinate probabilmente a far discutere a sinistra. La prima riguarda le pensioni, dove il leader del Pd fa una vera e propria apertura. Bersani si dice «favorevole» a considerare meccanismi di convenienza, «un'area flessibile di uscita dal lavoro tra i 62 e i 68 anni, con meccanismi di incentivazione e disincentivazione», e quel che si ricava dovrebbe poi «essere portato a sostegno della previdenza dei giovani». La seconda apertura è su una materia considerata finora alla stregua di un tabù a sinistra: l'articolo 18. Per Bersani è un argomento che «non bisogna drammatizzare». Il motivo? «Il 95 per cento delle aziende non ce l'ha». Quindi una sorta di impegno programmatico generale: «Bisogna fare in modo che un'ora di lavoro stabile costi di meno e un'ora di lavoro precario di più». Parlando poi dell'esperienza appena cominciata del governo Monti tutto tecnico, il leader del Pd confessa di aver dovuto mandar giù «qualche rospo», ma come recita anche il manifesto affisso sui muri delle città, «Prima di tutto il bene dell'Italia».
Sul nuovo governo interviene anche Gianfranco Fini, per sottolineare che si tratta comunque di un esecutivo politico: «Non è un governo tecnico come tutti dicono, ma politico perché ottiene la fiducia dalle forze parlamentari e politiche, altro che politica commissariata». Sulle questioni economiche e del lavoro, il presidente della Camera auspica che venga sostituita «la selva dei contratti a termine che oggi ci sono con un contratto unico indeterminato garantendo contemporaneamente la flessibilità in uscita».
Chi vede il nuovo governo Monti «sotto ricatto» della politica è Antonio Di Pietro, sicché l'invito del leader Idv è questo: «Le cose che fanno male alla politica Monti le faccia subito».