ROMA - É il primo atto del governo Monti: Roma Capitale con la benedizione del Quirinale. Alemanno esulta. La Lega si infuria. E Giorgio Napolitano che ha seguito passo passo il varo del secondo decreto può ritenersi soddisfatto. E' il vero artefice del salvataggio in extremis.
A sensibilizzarlo era stato lo stesso sindaco Alemanno dopo che i leghisti avevano bloccato il disegno di legge sulle funzioni amministrative di Roma capitale. Una trappola tesa da Calderoli che ha bloccato per due sedute il decreto e mandato fuori dai gangheri il sindaco mettendo a rischio la parte più corposa della Riforma votata dal Parlamento nel 2009 insieme al pacchetto federalista.
«Il capo dello Stato è il garante dell'unità nazionale, prese un impegno quando lo invitammo in Campidoglio il 20 settembre del 2010», si limita a osservare ora il sindaco capitolino che incassa un risultato inseguito da almeno 30 anni e dagli ultimi due suoi predecessori. Napolitano vuole restare dietro le quinte. Ha voluto che gli venisse inviato il decreto prima di parlarne direttamente con Monti per resuscitarlo nell'ultimo giorno utile. Un motivo in più per far infuriare la Lega nord e Calderoli che lo aveva ostacolato in tutti i modi. E che ora si dice «onorato di averlo bloccato per due sedute» perché «quel decreto era impresentabile e inaccettabile, come testimoniato - svela un retroscena l'ex ministro - per altro dalla contrarietà della governatrice del Lazio, che aveva revocato in forma scritta l'intesa già sottoscritta con il sindaco». La Padania titola «Roma caput Monti». E Calderoli incassa due dispiaceri in un colpo solo. Perché se la riforma non diventerà carta straccia (era legge dello Stato dal 29 aprile del 2009) parte del merito andrà anche a un gruppo di professori milanesi della Bocconi chiamati a far parte del nuovo esecutivo. Un colpo basso.
Per Alemanno è invece un giorno da incorniciare. Mancano pochi minuti alle 2 del pomeriggio quando, con il presidente della Regione Lazio Renata Polverini, esce sorridente da Palazzo Chigi. Il sindaco era stato convocato - come previsto dal primo decreto - dal Cdm. Aveva ringraziato i ministri e ricordato l'importanza di questo passaggio. «Questo governo avrà sempre una grande attenzione per la Capitale», era stato l'impegno di Mario Monti. Qualche giorno prima annunciando ai ministri che il secondo decreto sarebbe stato il primo atto del governo, il neopremier aveva aggiunto «sono nato a Varese ma per qualche tempo sarò un cittadino romano».
In piazza Colonna, davanti alla Galleria Alberto Sordi, sventola qualche bandiera tra gli alemanniani convocati via sms. Liberati due volte: hanno ottenuto il decreto e possono finalmente parlare male degli ex alleati leghisti.
Nel centrosinistra i sentimenti sono contrastanti. Il presidente della Provincia di Roma Zingaretti è uno dei pochi a non esitare. Ringrazia Monti «che ha fatto in tre giorni ciò che il precedente governo Lega-Pdl non ha saputo fare in tre anni» e si augura che «il nuovo governo continui questo processo anche servendosi delle forme di concertazione e dialogo interistituzionale che al governo Berlusconi sono completamente mancate».
Alemanno gongola: «Ce l'abbiamo fatta, nell'ultimo giorno utile il decreto è passato». Poco distante c'è la moglie, Isabella Rauti. «Roma potrà finalmente ottenere lo status di Capitale nazionale, era l'unica in Europa che non l'aveva, un successo trasversale, si sente che la Lega non è più al governo», ripete il sindaco. Piovono domande sul numero dei consiglieri che dovranno far parte dell'Assemblea capitolina. Il sindaco ne vorrebbe 60 e non 48. «Sarà il Parlamento a decidere», liquida la questione il primo cittadino relegandola in secondo piano.
«Siamo tutti contenti, questo governo parte bene - commenta la Polverini - abbiamo sottoscritto un protocollo che ha avuto tutto l'assenso del consiglio regionale del Lazio, è un processo che investirà anche la Regione». Come dire che a completamento del percorso il pallino resterà a lei.