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Data: 22/11/2011
Testata giornalistica: Il Centro
Il modello: ridurre pause e sindacati. Come Marchionne vuole ristrutturare le relazioni negli stabilimenti del gruppo. «Il governo convochi subito l'azienda»

ROMA. La disdetta degli accordi sindacali da parte della Fiat - secondo molti analisti - sarebbe solo la prima tappa: Marchionne si appresta a siglare un contratto «modello Pomigliano» da applicare non solo al mondo dell'auto, ma anche a Fiat Industrial. Quindi a tutti gli 82mila dipendenti del gruppo industriale in Italia. Il contratto in vigore a Pomigliano ripristina le Rsa ed esclude le rappresentanze dei sindacati non firmatarie dell'intesa. In questo caso la Fiom. Nel contratto di Pomigliano sono previste 80 ore di straordinario comandato senza preventivo accordo con i sindacati, in aggiunta alle 40 obbligatorie secondo il contratto nazionale, insieme ai 18 turni. Prevista una riduzione delle pause, che da due di 20 minuti passano a tre da 10 con il pagamento dei 10 minuti lavorati in più. Molto controversa la clausola su malattie (Fiat non copre la propria quota) e responsabilità in caso di mancato rispetto degli impegni presi, con sanzioni economiche ai sindacati e provvedimenti disciplinari per i lavoratori. Prevista una commissione paritetica di garanzia che funziona da filtro nelle controversie, e un aumento di 30 euro al mese oltre a un nuovo inquadramento professionale aggiornato al nuovo status.
Intanto ieri ha riaperto Pomigliano per avviare la produzione di 3.500 Panda. Un quantitativo irrisorio se confrontato alle produzioni all'estero, sottolinea la Cgil. In fabbrica 350 lavoratori, altri 4mila sono invece ancora in cassa integrazione. Domani invece tavolo su Termini Imerese, dopo l'annullamento dell'incontro di ieri, per il passaggio dello stabilimento dal Lingotto a Dr Motor. Incontro decisivo per riavviare lo stabilimento, che si terrà al ministero dello Sviluppo economico.
Intanto la Fiat è la prima marca venduta in Brasile con una quota di mercato del 22,22%, mentre Fiat e Crysler contano di vendere entro l'anno 4,2 milioni di vetture, per raggiungere quota 6 milioni entro il 2014. L'ad Marchionne nella conferenza annuale della Confindustria inglese (la Cbi) a Londra, ha escluso la fusione tra le due case nel 2012, aggiungendo di aspettarsi «un grande anno» per il mercato Usa.

«Il governo convochi subito l'azienda»
Intervista a Giorgio Airaudo, segretario Fiom del Piemonte

TORINO. Marchionne dice che ci potranno essere "trattamenti individuali complessivamente analoghi o migliorativi". Quindi i lavoratori andranno a guadagnare di più?
«Guadagnano di più se lavorano di più, se, per esempio, fanno 200 ore di straordinario al mese». Giorgio Airaudo, 51 anni, torinese, segretario della Fiom in Piemonte, usa parole durissime per spiegare la mossa di ieri della Fiat.
Di Pietro dice che, con la disdetta dell'accordo, la Fiat ha, di fatto, detto addio al nostro Paese.
«Il governo, se vuole, può chiedere alla Fiat quali sono le sue intenzioni. Lo ha fatto addirittura la Consob, nei mesi scorsi, chiedendo di conoscere il piano industriale. E non l'ha fatto il precedente governo. Adesso c'è un esecutivo nuovo. Il ministro Passera si faccia spiegare dalla Fiat che cosa vuole fare».
Sono in molti a sostenere che la mossa della Fiat è un'aperta violazione dello Statuto dei lavoratori.
«Certamente l'azienda non può scegliere il tipo di contratto secondo le proprie regole, legato al tipo di prodotto o di mercato. In questo modo si indeboliscono i lavoratori. Mi sembra un gesto estremista, in un momento in cui tutti vengono invitati alla coesione. La Fiat, ora, deve fare un passo di lato. L'azienda deve capire che non può scegliersi i delegati all'interno delle fabbriche».
Da tempo Marchionne dice che la Fiat sta in piedi perché ha allargato i propri confini, che la produzione in Italia presenta troppe inefficienze.
«La Fiat fa bene ad allargarsi nel mondo. Noi vorremmo solo sapere che cosa ha intenzione di fare in Italia, perché sta chiudendo fabbriche e sta riducendo il lavoro. Quest'anno una sola fabbrica ha funzionato a pieno regime, la Sevel, in Abruzzo, dove si produce il Ducato. Mirafiori è lo stabilimento che ha lavorato di meno. Ci sono milioni di ore di cassa integrazione. Secondo noi la Fiat deve trovare dei prodotti innovativi per convincere i mercati. Questo non avviene, e lo vediamo dai dati sempre più deboli delle vendite di autoveicoli. Invece le potenzialità ci sono, anche per andare alla scoperta di nuovi mercati, come fanno tante case automobilistiche».
La Fiat in Italia ha messo i motori al minimo?
«Diciamo che fa il minimo indispensabile. Molto spesso rallenta, a volte cede qualche pezzo. Detto questo, con i suoi 72 mila dipendenti, è ancora la maggior impresa italiana. Per questo il nuovo governo deve chiedere a Marchionne se vuole ancora fare le automobili in Italia».

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