Il governatore di Bankitalia torna sulla crescita. «Necessaria per riequilibrare i conti»
ROMA «I salari d'ingresso dei nostri giovani sono tornati a livelli pari a quelli di alcuni decenni fa». Sceglie Catania il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco per la sua prima uscita in pubblico. E parte dai giovani perché, la sede è il congresso dell'associazione italiana dei magistrati per i minorenni e la famiglia (Aimmf), è da loro che può arrivare la spinta per rilanciare il Paese. «Gli interventi adottati dall'estate afferma il governatore miglioravano i conti pubblici ma non erano sufficienti: per un riequilibrio strutturale e duraturo è necessario che il Paese torni a crescere».
L'orologio, avverte Visco, è tornato indietro di «alcuni decenni». Lo sanno i giovani che si affacciano oggi sul mercato del lavoro e che «sembrano esclusi dai benefici della crescita del reddito» di cui hanno beneficiato invece i loro genitori. Certamente la crisi colpisce l'Italia come altri Paesi nel mondo e l'Europa deve affrontarla con determinazione. L'Italia può farcela e può contribuire con misure congiunturali». Ma i problemi economici che ci riguardano, dice Visco ai magistrati, hanno radici strutturali. Ed è illusorio pensare che «interventi di natura macroeconomica» siano, da soli, in grado di risolverli. «Solo intaccando le nostre debolezze strutturali si può rigenerare l'economia italiana». Anche perché, se finora, i bassi tassi d'interesse hanno reso possibile reggere il peso di un debito elevato, ormai a quota 1.900 miliardi pari al 122% del Pil, «negli ultimi mesi, l'acuita tensione sui mercati finanziari ha reso precario questo equilibrio prosegue Visco alimentando i dubbi degli operatori sulla sostenibilità del debito italiano». In altra parole, per non restare stritolato in questa morsa che fa ricordare ai più anziani la spirale degli anni '80, «è necessario che il paese torni a crescere».
Le cose da fare le elenca lui stesso. Per stimolare l'attività d'impresa e l'inserimento durevole nel mondo del lavoro, soprattutto delle donne e dei giovani, l'agenda del governatore ricorda le «aree di intervento note da tempo: più concorrenza, in particolare nei settori dei servizi protetti; un più ampio accesso al capitale di rischio, soprattutto per le imprese innovative; una regolamentazione del mercato del lavoro e del sistema di protezione sociale; una giustizia civile più efficiente».
Si tratta di cinque punti già inseriti nel programma che Mario Monti ha illustrato in parlamento, ma che è comunque utile ricordare. Ce n'è poi un altro da aggiungere, altrettanto importante: l'istruzione. Non solo perché «la bassa dotazione di capitale umano del nostro paese nel confronto internazionale è storia antica». E nemmeno perché circa l'80% degli italiani di età compresa tra i 16 e i 65 anni si stanno trasformando in «alfabeti funzionali», cioè non in grado di «rispondere in modo adeguato alle moderne esigenze di vita e di lavoro». Investire in istruzione deve ritornare centrale, insiste Visco perché il Paese ha assolutamente bisogno di capitale umano. E ciò, non può prescindere da «meccanismi di integrazione» per gli studenti figli di cittadini stranieri. Circa un terzo di questi ragazzi, alla fine della scuola primaria, «è in ritardo rispetto al normale corso di studi, contro il 2% degli italiani». E' uno svantaggio che si amplia maggiormente negli anni successivi. Se non si interviene, «la dotazione di capitale umano del nostro Paese rischia di essere ulteriormente penalizzata dal rapido aumento di giovani con origini straniere che si stima supererà il 30% nel 2050». L'istruzione infine è un baluardo contro l'illegalità. Gli studi di Bankitalia parlano chiaro: nel triennio 1997-2007, una parte delle regioni del Sud ha sofferto un tasso di crescita del Pil inferiore del 15% rispetto al centro Nord. E si tratta di comunità in cui mafia, camorra o 'ndrangheta si erano infiltrate «in anni relativamente recenti». Nelle altre, quelle «storiche», il mancato sviluppo è molto maggiore.