ROMA - Berlusconi promette fedeltà al governo di Mario Monti, ma pensa già alla campagna elettorale, «lavorerò dietro le quinte», poi critica la proposta di abbassare la tracciabilità dei pagamenti, fissando la soglia del contante da 2.500 euro a 300 euro. «C'è il rischio di uno Stato di polizia tributaria», esclama.
Quando arriva alla convention a Verona, dei Popolari liberali di Carlo Giovanardi, accompagnato da Angelino Alfano, il Cavaliere, alla prima uscita pubblica dopo le dimissioni da capo del governo, riceve un'ovazione della platea, con calorosi applausi. Sostiene che l'alleanza «con la Lega è solida», l'accordo non può «essere indebolito dal governo tecnico». Probabilmente non si aspettava di ricevere, poco più tardi, un secco no di Roberto Calderoli.
Il Cavaliere pensa alle elezioni amministrative per rifare l'alleanza con Umberto Bossi. Probabilmente è un gioco di parole, perché, dapprima, insiste sul tasto delle urne. Sferza i dirigenti: «Noi dobbiamo essere pronti». Prima racconta che nel '94 «siamo scesi in campo» lasciando «mestieri che ci appassionavano», perché non voleva «che il Paese cadesse nelle mani dei comunisti». Mette l'accento sulla «tragedia del comunismo» che è stata la più «disumana e criminale per la storia dell'uomo». Vuole dare una scossa a tutto il movimento. Oggi, pertanto, il Pdl ha il «dovere di continuare a combattere». Non vuole cadere nella retorica, ma «lo dobbiamo fare per la nostra libertà, il primo dei nostri diritti».
E' questo il percorso per riconfermare che, ieri come oggi, c'è bisogno del partito berlusconiano «per garantire a noi e a chi viene dopo di vivere in un Paese democratico e libero» con un Pdl ispirato ai valori del Ppe. Ma guarda alle prossime elezioni e all'efficienza dell'organizzazione. «Non so se la campagna elettorale sarà lunga, però dobbiamo essere pronti. Ed io lavorerò dietro le quinte». «Lavoriamo per diffonderci capillarmente in tutta Italia e per creare team elettorali in tutte le sezioni, in modo da stabilire un contatto con tutti gli italiani».
Se i dirigenti Pdl spiegano che non ci sono più remore per scendere in campagna elettorale, perché ormai «non siamo più al governo», Berlusconi guarda alle mosse di Mario Monti con estrema attenzione. Manifesta piena fiducia al professore, non dà scadenze a termine, tuttavia precisa che questa fiducia non è a scatola chiusa. Non è per nulla d'accordo, per esempio, sull'abbassamento del liquido da portare in tasca, una misura che per Monti combatte l'evasione fiscale. Il Cavaliere ammonisce: «E' una norma che nasconde il pericolo di uno Stato di polizia tributaria, il contrario di quello in cui noi vogliamo vivere». Cade dalle nuvole o quasi sull'ipotesi di un salvataggio messo a punto dal Fondo monetario: «Francamente non lo conosco». E ricorda che al G20 di Cannes, il Fmi fece proposte «che non ritenemmo adeguate». Loda sempre più il segretario Alfano, anche dal palco: «Per il successo ed il futuro con lui, siamo in ottime mani». Alfano attacca subito il centrosinistra. «Sosteniamo Monti», ma «loro hanno perso la partita con la verità, come sempre, torneremo in campo per vincere e a guidare l'Italia». Annuncia che Monti vedrà «separatamente» le varie forze che sostengono il governo, prima di portare in Cdm le linee guida del programma economico. Intanto, Ignazio La Russa, assegna subito una presidenza all'ex premier: quella del Milan. E l'ex ministro scagiona il Cavaliere sullo spread: avete visto, non era colpa di Berlusconi.