ROMA. La scrivania del Guardasigilli Palmiro Togliatti in via Arenula non c'è più. O meglio, non si trova. L'attuale ministro, Paola Severino, che vide quella scrivania la prima volta molti anni fa, quando le fu mostrata dal suo maestro Giuliano Vassalli (che l'ha preceduta in un incarico «che mai e poi mai - dice - avrei immaginato di ricoprire»), oggi ammette: «la sto cercando, ma non la trovo».
«La scrivania di Togliatti» è anche il titolo di un libro-intervista con Oliviero Diliberto, che i giornalisti - incontrando oggi in modo informale la Severino - hanno evocato come il personaggio che potrebbe avere a che fare con la misteriosa scomparsa (altri hanno puntato l'indice contro Castelli).
In effetti, in un certo senso, è così. Nel lontano 2005, intervistato da "Telecamere", al segretario del Pdci venne proprio chiesto che fine avesse fatto la scrivania del Migliore quando ricopriva, nel 1946, l' incarico di ministro della Giustizia. E Diliberto rispose: «Quando sono andato al ministero di via Arenula ho fatto recuperare e restaurare la scrivania di Togliatti e l' ho fatta sistemare nella mia stanza. Non ho osato nemmeno sedermici. Poi, alle vigilia delle elezioni del 2001, Marcello Pera, candidato al ministero della Giustizia, disse, in una intervista, che la prima cosa che avrebbe fatto sarebbe stata quella di eliminare la scrivania di Togliatti. Allora, l' ho mimetizzata: l' ho fatta trasferire nella stanza di un funzionario del ministero, a sua insaputa».
Il problema è che della scrivania si sono ora perse le tracce. Potrebbe tuttora trovarsi nella stanza dell'ignaro funzionario, all'oscuro dell'importanza storica di quel cimelio. Oppure, chissà. Sta di fatto che, mentre Paola Severino occupa la grande stanza («ci si sente soli, là dentro») che fu del Migliore, e siede sulla stessa «scomoda» poltrona di legno, la scrivania non è quella.
Un cruccio per il neo-ministro che, pur alle prese con molte incombenze, intende andare fino in fondo: «Continuo a cercare». E prova a familiarizzare anche con altri marchingegni dell'apparato del Viminale. Come la "linea rossa" del telefono, quella delle chiamate riservatissime. «Ha squillato poco fa», confessa, «ho alzato la cornetta con apprensione, ma mi hanno detto che c'era un guasto da riparare»