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Data: 30/11/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
Berlusconi: no alla patrimoniale e al cambio della legge elettorale. Nuovo affondo anti-pm: alcuni inquinano la vita democratica

ROMA - Primo: «Il governo Monti è la negazione della democrazia, ma la decisione che abbiamo preso di appoggiare questo governo tecnico è stata saggia ed era necessaria». Secondo: «Nelle conversazioni avute con il professor Monti siamo stati chiari: non daremo mai il nostro voto alla patrimoniale o ad una proposta di legge elettorale da parte di un governo che non può intervenire su queste materie». Terzo: «In attesa del ravvedimento operoso dell'Udc e di Casini che, se andasse a sinistra, perderebbe i due terzi del proprio elettorato, la Lega è e resterà nostra alleata. E' fuori di logica e d'interesse di entrambe le parti politiche dire che è finita l'alleanza». E' un Silvio Berlusconi in ottima forma al punto da ammettere che «sì, tornerò presidente del Milan, certamente», quello che s'è materializzato, ieri sera, al Tempio di Adriano, nel pieno centro di Roma, per presentare il libro scritto dal segretario politico del Pdl, Angelino Alfano, La mafia uccide d'estate. Quell'Alfano ora segretario del Pdl che Berlusconi lancia e incorona futuro leader, pur se l'ex premier ribadisce che s'impegnerà in prima persona per la prossima campagna elettorale anche perché, dice tra un attacco ai giudici («l'esondazione della magistratura dal suo alveo ha inquinato e inquina la vita democratica del Paese») e un altro a Fini («avendo occupato la presidenza della commissione Giustizia, il Fli ci ha impedito di fare la riforma»), «non lascerò l'Italia in mano ai comunisti».
Bruno Vespa, nelle vesti di padrone di casa, pone domande (vere, e puntute) ai due ex ministri di Berlusconi (Alfano alla Giustizia e Maroni all'Interno). Ad ascoltare, un parterre d'eccezione, con in prima fila Gianni Letta e monsignor Rino Fisichella. Dentro e fuori il Tempio, però, è una bolgia, con mezzo ex governo di centrodestra che preme per entrare. Sparpagliati tra le prime e le ultime file, seduti o in piedi, si notano Gelmini e Carfagna, Sacconi e Brunetta, La Russa e Lupi vicinissimi, Gasparri e Quagliariello, Brunetta e Romano, Fitto e Romani, Cicchitto e Verdini (in fondo, e solo), Brambilla e Meloni.
Sul palco, con Berlusconi al posto d'onore, c'è anche Roberto Maroni, oggi numero due della Lega Nord, che pur usando toni ironici e concilianti, ribadisce il punto di rottura dell'alleanza: «Oggi noi siamo all'opposizione e voi al governo. E' finita». Dappertutto, anche al Nord, a partire dalle prossime amministrative, dove - fa notare con puntiglio e realismo Berlusconi - «se andassimo separati perderemmo quasi tutti i capoluoghi di provincia»? Non ci né vi conviene, è la mozione degli affetti di Silvio. Peccato che Maroni esulti solo per il Berlusconi neo-presidente del Milan, in quanto tifoso rossonero. Replica con un sorriso gelido e fa segno più volte di no con la mano. Non se ne parla vuol dire: «I casi della vita portano anche a svolte di questo tipo. Oggi siamo separati e si vota nel 2013. Lavoreremo per ritrovarci alleati in futuro, sì, ma alle amministrative, decide il partito sul territorio. A Verona, per esempio (dove governa il fidato colonnello di Maroni, Flavio Tosi, ndr.) potrebbe decidere di andare da sola». E solo, con i suoi e la scorta, se ne va Maroni, alla fine, Dentro, è tutto un parapiglia per cercare di toccare lui, Silvio. Che a una signora in delirio per lui e che gli urla «Torna al potere!», replica, con un sorriso stavolta mesto: «Signora, il potere non esiste».

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