BRUXELLES - «Siamo in una situazione straordinariamente delicata e certi passaggi e ritualità che sarebbero gradite a tutti, forse non sarebbero a vantaggio del Paese. Dovrò fare appello a senso di responsabilità e di urgenza, altrimenti le conseguenze sarebbero gravi per tutti». Il tono pacato con il quale Mario Monti lancia, al termine dell'Ecofin, lancia l'ennesimo allarme sulla situazione economica e finanziaria del nostro Paese e dell'Europa, rende ancora più surreale il dibattito interno che vede schierate tutte le forze politiche a difesa di posizioni, come il generoso sistema pensionistico italiano, che rischiano di essere travolte dalla crisi in atto.
Dopo due giorni di riunioni, si comprende bene come a Bruxelles il tempo si consideri scaduto e si attende che l'Italia faccia ciò che promette da mesi, prima di ufficializzare gli strumenti che dovrebbero permettere di difendere l'euro dalla speculazione. Monti parla nella saletta al primo piano del palazzone di Justus Lipsius con accanto il viceministro all'Economia Vittorio Grilli. Rivendica i tempi rapidi di messa a punto della manovra che «in genere richiedeva 5-6 settimane. Se uno poi - ironizza - ritiene per ragioni di ordine di farsi tagliare i capelli, non è necessariamente un allungamento dei tempi. Ma è bene - si consola - che ci sia impazienza». La stessa che mostrano sindacati e partiti nel conoscere le misure che verranno inserite e che Monti non svela. Anche se è proprio quando gli si chiede del no dei sindacati ad una riforma delle pensioni non concertata, che si scorge un velo di insofferenza nei confronti di chi rimpiange antichi riti.
Proprio la riforma delle pensioni, tanto attesa dalla Germania, viene considerata da Monti una priorità: «Penso di agire rapidamente, so che ci sono modalità consolidate di rapporto con il Parlamento e le forze sociali ma queste due forze sanno che dietro di loro ci sono i cittadini e ne dovranno tenere conto». Come dire, non c'è tempo da perdere e sappiate che se falliamo, voi partiti dovrete rendere conto ai cittadini. Soprattutto alle nuove generazioni perché, aggiunge, «per quanto riguarda le riforme strutturali, anche per la crescita, agli italiani dirò sempre che ciò che facciamo lo facciamo per l'interesse nazionale per i giovani e per chi non è ancora nato». Nell'incontro con i giornalisti prima di rientrare a Roma, Monti non ripete l'appassionato intervento fatto ai colleghi in difesa dell'Europa che «non ha bisogno di essere imbrattata da politici nazionali» «che trovano comodo dare la responsabilità ad altri».
Cifre sulla consistenza della manovra, il premier non ne fa e sostiene di aver dato, sulle riforme strutturali, meno informazioni ai colleghi dell'Ecofin di quanto non ne abbia date in Parlamento. Sostiene che «è un po' imbarazzante dirlo», ma durante i lavori i partner europei «si sono soffermati soprattutto su quella che hanno percepito come una rinnovata credibilità del governo; e anche molto su quello che hanno colto come una straordinaria ampiezza del voto di fiducia delle Camere». Al precedente governo riconosce però il merito di aver fatto molto «sul piano della disciplina della finanza pubblica», ma ora non solo c'è da pensare alla crescita, ma anche da recuperare ciò che i mercati hanno bruciato e che rischiano di compromettere l'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013.
L'esigenza di una riforma dei trattati, invocata dalla Merkel, non entusiasma Monti che nega richieste di aiuto al Fmi e spinge per usare gli strumenti già in possesso della Commissione. A cominciare dalla stretta sulla governance dei bilanci comunitari che entrerà in vigore tra qualche giorno e che punta a recuperare la modifica fatta nel 2003, sotto la presidenza italiana dell'Unione di Berlusconi e Tremonti, e che ha permesso sforamenti e ha annullato sanzioni. Altri tempi. Ora la paura è reale e la speranza appesa a tutt'altri fili.