ROMA - Tempi strettissimi per Mario Monti alle prese con le misure anticrisi. Il premier è rimasto per tutta la giornata al lavoro a palazzo Chigi in vista del Consiglio dei ministri di lunedì che dovrà varare il pacchetto di interventi sui quali Monti ha iniziato, al momento solo via telefono, il confronto con i leader dei partiti della sua ampia maggioranza che, però, hanno cominciato a piantare i loro paletti per non trovarsi spiazzati dalla manovra del governo tecnico. Il presidente del Consiglio, che per domenica mattina ha convocato sindacati, Confindustria e rappresentanti degli Enti locali, aveva diramato in mattinata una nota per esprimere la sua soddisfazione per la «vastissima maggioranza che ha approvato il principio costituzionale del pareggio di bilancio», testimonianza - secondo Monti - «della ferma volontà del Parlamento e di tutto il Paese nel proseguire sulla strada del risanamento». Ma è proprio questa strada che nel corso della giornata è sembrata farsi un po' più stretta. Intendiamoci, tutti i partiti che sostengono l'esecutivo, in particolare Terzo Polo e Pd, hanno badato bene a non dare l'impressione di mettere il bastone tra le ruote di un governo che lunedì farà il suo primo decisivo passo. Ma allo stesso tempo hanno cominciato a segnare linee di confine alla tollerabilità dell'azione di governo. Pier Luigi Bersani ha detto che «non si tratta di porre condizioni, ma di dire le nostre idee. Noi abbiamo presentato le nostre proposte e ci aspettiamo che non si rimanga sordi e disattenti». Il segretario del Pd insiste su «una cosa fondamentale: l'equità, chi ha di più - ribadisce - deve dare di più».
Un avvertimento, assai più circostanziato, arriva invece dal Pdl, i cui capogruppo e vicecapogruppo alla Camera, Fabrizio Cicchitto e Osvaldo Napoli, bollano come «iniqua» la reintroduzione dell'Ici sulla prima casa e la patrimoniale. «Le indiscrezioni filtrate, se confermate, - sostiene Napoli - delineano un quadro politicamente sgradevole per la maggioranza elettorale. Monti non può pensare di togliere con la destra e restituire con la sinistra senza fare mai il contrario. Sia prudente, perché da questa prudenza dipende la durata del suo esecutivo». Ai due esponenti berlusconiani replica Bersani: «Il Pd è pronto a sostenere questo governo anche se non farà al 100% quello che faremmo noi: per questo non apprezziamo certi condizionamenti arrivati dalla destra». Controreplica di Cicchitto che parla di «nervose dichiarazioni dell'onorevole Bersani, il quale sembra dimenticare che senza il Pdl non si va da nessuna parte».
In realtà nessuno dei partiti maggiori sembra esente da fibrillazioni di fronte alla prevedibile pesantezza delle misure allo studio e dei relativi contraccolpi nel proprio elettorato. In una riunione tenutasi ieri il «fronte sindacale» del Pd, animato da Cesare Damiano e Stefano Fassina, è sembrato saldarsi su una linea fondata sulla «libertà di scelta per l'accesso al trattamento pensionistico», secondo uno «schema flessibile» piuttosto distante, ad esempio, dal secco superamento della soglia dei 40 anni per l'anzianità, ancora una volta difesa ieri dalla leader della Cgil, Susanna Camusso. Su questo ed altro, naturalmente, i sindacati scalpitano per confrontarsi dopodomani con Monti. Mentre un atteggiamento diverso, a questo proposito, è quello di Pier Ferdinando Casini: «Ognuno fa il suo mestiere. Il sindacato va capito, ma non abbiamo chiamato Monti per disseminare la sua strada di ostacoli, per mettere veti contro veti. Il premier - afferma il leader Udc - ha la delega per una manovra importante e noi siamo impegnati a sostenerlo senza riserve».
La parola - dopo gli ultimi incontri che Monti avrà anche con i leader dei partiti - passerà da lunedì al Parlamento. Già stabilite le tappe: il provvedimento starà in Commissione alla Camera dal 5 al 10 dicembre, approderà in Aula il 13 per essere licenziato entro il 17. Passerà poi al Senato per il definitivo via libera prima di Natale.